giovedì 17 aprile 2014

L'UNICA E MAGNIFICA OSTIA ANTICA

TORNIAMO A PARLARE DI OSTIA ANTICA, A POCHI CHILOMETRI DA ROMA, PROBABILMENTE IL SITO ARCHEOLOGICO PIÙ BELLO DEL MONDO !!!







Scoperta Ostia Antica 'segreta': "Era più grande di Pompei"

C'è una Ostia Antica 'segreta' che ora è venuta alla luce. Una città molto più grande di quello che finora si è potuto immaginare, così estesa da doppiare, in ettari, il famoso parco archeologico di Pompei.
Recenti indagini archeologiche hanno, infatti, 'svelato' una struttura urbana più vasta di quella fin qui conosciuta, arricchita da torri, magazzini, nuove mura di cinta e tracciati stradali. Una scoperta iniziata nel 2007, a pochi chilometri dall'aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, quando una squadra di archeologi italiani e inglesi ha intrapreso indagini geofisiche nell'area che si estende fra gli antichi scali marittimi di Portus e di Ostia.
Le importanti scoperte sono il risultato di un impegno che ha visto lavorare insieme le autorità statali italiane, rappresentate da Angelo Pellegrino e Paola Germoni (Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma) e due università inglesi, rappresentate dai professori Simon Keay (University of Southampton/British School at Rome) e Martin Millett (University of Cambridge).
I quali, nell'ambito del Portus Project (www.portusproject.org), hanno diretto gli archeologi e i geofisici di comune accordo con la British School at Rome.
Ben nota ai tecnici, "la magnetometria - sottolinea la sovrintendenza speciale per i Beni Archeologici di Roma - ha consentito di scansionare sistematicamente e velocemente il paesaggio grazie a strumenti portatili di dimensioni contenute:
con i quali i geofisici hanno verificato tutte le anomalie riscontrate nel paesaggio magnetico identificando le antiche mura sepolte, i tracciati stradali e ogni struttura presente nel sottosuolo".


(Adnkronos)

venerdì 11 aprile 2014

IL PIÙ GRANDE POEMA MAI SCRITTO: LA DIVINA COMMEDIA

CON UN MIO STIMATO ALUNNO, STIAMO AFFRONTANDO LA LETTURA DELLA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI.
UN POEMA ISPIRATO DAL CIELO, COME DICE LO STESSO AUTORE. LE RIPERCUSSIONI DI QUEST'OPERA SONO STATE ENORMI: LA STESSA STRUTTURA DELL'ALDILÀ, CON LE SUE SUDDIVISIONI, È STATA USATA DALLA CHIESA PER QUASI SETTECENTO ANNI !!
MA ANCHE ARTE, MUSICA, LA STESSA LINGUA ITALIANA FANNO SEMPRE RIFERIMENTO AI VERSI DEL POETA TOSCANO.
TRADOTTA IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO È UN'OPERA IMMORTALE; UNA BELLEZZA INFINITA... UNA GIOIA LUMINOSA, LA SUA LETTURA.





QUI LA PROSECUZIONE DEL VIDEO PRECEDENTEhttp://youtu.be/BmEtkYnTF-o


LA DIVINA COMMEDIA.
Dante iniziò la composizione della Commedia durante l’esilio, probabilmente intorno al 1307. La cronologia dell’opera è incerta, ma si ritiene che l’Inferno sia stato concluso intorno al 1308, il Purgatorio intorno al 1313, mentre il Paradiso sarebbe stato portato a termine pochi mesi prima della morte, nel 1321.
Il titolo originale è Commedia, o meglio Comedìa, secondo la definizione dello stesso Dante; l’aggettivo Divina fu aggiunto dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (metà del XIV sec.).
È un poema didattico-allegorico, scritto in endecasillabi e in terza rima. Racconta il viaggio di Dante nei tre regni dell’Oltretomba, guidato dapprima dal poeta Virgilio (che lo conduce attraverso Inferno e Purgatorio) e poi da Beatrice (che lo guida nel Paradiso).
L’opera si propone anzitutto di descrivere la condizione delle anime dopo la morte, ma è anche allegoria del percorso di purificazione che ogni uomo deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna e scampare alla dannazione. È anche un atto di denuncia coraggioso e sentito contro i mali del tempo di Dante, soprattutto contro la corruzione ecclesiastica e gli abusi del potere politico, in nome della giustizia.

Il viaggio allegorico
La Commedia è il racconto di un viaggio, che ha un significato letterale e un altro allegorico. Il significato letterale è quello del viaggio di un uomo, Dante, che la notte del 7 aprile (o 25 marzo) dell’anno 1300 si smarrisce in una selva, dove incontra alcune belve feroci e viene poi soccorso dall’anima del poeta Virgilio, che lo conduce attraverso i tre regni dell’Oltretomba. Questo viaggio ha la funzione di illustrare al lettore la condizione delle anime post mortem, come Dante stesso chiarisce nell’Epistola XIII a Cangrande della Scala, e si svolge nella settimana santa dell’anno in cui papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della Chiesa cristiana, cioè dall’8 al 14 aprile del 1300.


Il viaggio ha però anche un significato allegorico, ovvero quello di un percorso di purificazione morale e religiosa che ogni uomo può e deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna. In questa luce i vari personaggi del poema possono avere un doppio significato, letterale (o storico) e allegorico: Dante è ad esempio il poeta fiorentino nato nel 1265 e autore della Vita nuova (senso letterale), ma è anche ogni uomo (senso allegorico); Virgilio è il poeta latino autore dell’Eneide, ma anche la ragione naturale degli antichi filosofi in grado di condurre ogni uomo alla felicità terrena; Beatrice è la donna amata da Dante e morta a Firenze nel 1290, ma è anche la teologia rivelata e la Grazia divina in grado di condurre ogni uomo alla felicità eterna.
È allora evidente che Virgilio, allegoria della ragione umana, può guidare Dante solo fino al Paradiso Terrestre posto in vetta al monte del Purgatorio, che è a sua volta allegoria della felicità terrena e del possesso delle virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e giustizia), mentre sarà Beatrice a guidare Dante fino al Paradiso Celeste, allegoria della felicità eterna e del possesso delle virtù teologali (fede, speranza e carità). La lettura del poema deve tenere conto di questa interpretazione, chiamata da Auerbach «figurale», altrimenti si rischia di non comprendere buona parte del suo significato di fondo.

Quanto alla lingua, Dante si serve del volgare fiorentino già usato nelle precedenti opere, benché ricorra anche a latinismi, francesismi, provenzalismi e prestiti da varie altre lingue (c’è chi ha visto persino vocaboli di origine araba, mentre i versi 140-147 del Canto XXVI del Purgatorio sono in pura lingua d’oc). Dante ricorre talvolta a linguaggi strani e incomprensibili (le parole di Pluto, quelle di Nembrod nell’Inferno), mentre altrove conia degli arditi neologismi (specialmente nel Paradiso). Questo ha portato gli studiosi a parlare di plurilinguismo e pluristilismo della Commedia, il che differenzia Dante da Petrarca e dai poeti dell’Umanesimo e del Rinascimento, che preferiranno alla sua una lingua più «pura» e regolare.

Dante personaggio-poeta
Dante (diminutivo di Durante) nacque a Firenze, in una data compresa tra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265. Il padre, Alagherio di Bellincione, apparteneva a una famiglia della piccola nobiltà cittadina, da tempo decaduta economicamente; la madre era Bella degli Abati.

Nel 1277 Dante fu promesso sposo a Gemma Donati, della famiglia cui facevano parte i Guelfi di parte Nera. Il matrimonio, combinato per ragioni di interesse, si celebrò forse nel 1285 e dall’unione nacquero 3 o 4 figli, tra cui Pietro e Jacopo, i primi commentatori della Commedia.
Poco sappiamo della sua formazione culturale, ma di sicuro ebbe come maestro Brunetto Latini, autore del Trésor e del Tesoretto. In un periodo imprecisato fu a Bologna, dove studiò (forse medicina) all’Università cittadina.
Nel 1283, a diciotto anni, Dante incontrò nuovamente Beatrice, da identificare forse, con una Bice figlia di Folco Portinari; il primo incontro era avvenuto a nove anni. In quel periodo iniziò a scrivere poesie, dapprima ispirandosi a Guittone d’Arezzo e ai «siculo-toscani», poi accostandosi allo Stilnovo. Diventò molto amico di Guido Cavalcanti, nonché di Lapo Gianni e Dino Frescobaldi, tutti appartenenti alla cerchia stilnovista.
Nel 1290 (8 giugno) morì Beatrice. Gli anni seguenti videro, da un lato, la sistemazione delle poesie giovanili nella Vita Nuova, dall’altro un periodo di «traviamento» morale, che coincise con l’inizio di severi studi filosofici. In quel periodo Dante compose poesie di stile «comico», come la «Tenzone» con Forese Donati, nonché le Rime petrose, dedicate a una donna Petra antitetica rispetto alla donna-angelo dello stilnovo.
Un’ulteriore considerazione va fatta però sul duplice ruolo svolto da Dante nel famoso poema, essendo al tempo stesso protagonista del viaggio da lui narrato (e che lui descrive come realmente e fisicamente avvenuto in un tempo storico ben preciso) e poeta chiamato a raccontare in versi l’esperienza affrontata. Dante chiarisce in più di un passo del poema che a lui è toccato un privilegio eccezionale, quello di visitare da vivo i tre regni dell’Oltretomba e di tornare sulla Terra per riferire con esattezza tutto quello che ha visto: è una missione straordinaria, cui lui è chiamato in virtù dei suoi meriti di letterato e poeta, rendendolo simile ad Enea e san Paolo già protagonisti di esperienze analoghe.
A questo proposito è importante ciò che lo stesso Dante sottolinea a più riprese nel corso del viaggio, non solo cioè l’assoluta veridicità delle cose viste e narrate, ma anche l’oggettiva difficoltà di spiegare con parole umane quel che di non umano e di ultraterreno ha visto. Per fare questo, Dante avrà bisogno dell’assistenza e dell’aiuto di Dio, perciò la Commedia è un libro «ispirato», scritto materialmente da Dante ma sotto la «dettatura» della Grazia divina che lo ha incaricato di questo compito straordinario. La Commedia diventa quindi una sorta di nuova Bibbia, ed è Dante stesso a definirla poema sacro, sacrato poema, al quale hanno collaborato e Cielo e terra: in questo senso l’autore può ben aspettarsi la fama eterna, anche per l’assoluta novità della materia da lui trattata (nessuno prima di lui aveva toccato tali argomenti in modo così innovativo).

Ultimamente uno scrittore di fama mondiale Dan Brown, ha scritto un romanzo "Inferno", con molti riferimenti a Dante e alla sua commedia, descrivendo la Firenze attuale in modo molto preciso. La traduzione in italiano è ottima e per una lettura leggera, può essere una buona opzione e speriamo anche un invito a leggere Dante e visitare la bellissima Firenze, città natale del padre della lingua italiana.

Buona lettura a tutti... 



PARCO DEI FALCHI A ITABAIANA (SERGIPE): SPLENDIDO

UNA SPLENDIDA DOMENICA AL PARCO DEI FALCHI DI ITABAIANA CON LE BAMBINE. UNA BELLA LEZIONE DI BIOLOGIA E NATURA CHE RIMARRÀ NELLA NOSTRA MEMORIA PER MOLTO TEMPO.







                                                                    Le 4 H al parco...


QUI LA SECONDA PARTE DEL VIDEO: http://youtu.be/UOQ9HF1znZ8


                                                     
                                                   UN SALUTO A TUTTI I LETTORI !!!


venerdì 4 aprile 2014

POMPEI - UN MIRACOLO ARCHEOLOGICO

POMPEI UNA META IMPERDIBILE PER CHI VISITA L'ITALIA !!






Storia di Pompei: dalle origini ai giorni nostri


Pompei fu fondata intorno all’VIII secolo a.C. dagli Osci che si insediarono, distinti in 5 villaggi, alle pendici meridionali del Vesuvio non molto distanti dal fiume Sarno allora navigabile.
Dal numero cinque, in lingua osca, molto probabilmente deriva il toponimo della città.
I primi insediamenti risalgono all’Età del Ferro, ovvero al IX – VII secolo a. C., quando c’era la cultura delle "tombe a fosso".
Pompei, in quell’epoca, era un centro commerciale molto rilevante, sicchè entrò nelle mire espansionistiche dei Greci e degli Etruschi prima, dei Sanniti poi.
Ai Sanniti spetta il merito di aver ingrandito la cinta muraria della cittadina, conservandole un grande sviluppo urbanistico.
Ai Sanniti spetta il merito di aver ingrandito la cinta muraria della cittadina, conservandole un grande sviluppo urbanistico.
In seguito, come accadde per tutta la Campania, fu conquistata dai Romani, riuscendo ad entrare, nell’ultimo quarto del III secolo a.C. a pieno titolo nel circuito economico romano; ciò potè verificarsi perché il Mediterraneo era sotto il totale controllo di Roma e le merci circolavano liberamente sicchè, anche Pompei, gran produttrice di vino e di olio, fu in grado di esportare liberamente fino in Provenza e in Spagna.
In quest’epoca ci fu un forte impulso architettonico: furono ricostruiti il Foro rettangolare ed il Foro triangolare e nacquero importanti edifici come il Tempio di Giove, la Basilica e la Casa del Fauno che ha le dimensioni di un palazzo ellenistico.
Nella stessa epoca è eretto anche il Tempio di Iside che è una chiara testimonianza degli scambi commerciali di Pompei con l’Oriente.
Sotto il dominio di Roma Pompei divenne prima municipium e poi colonia "Veneria Cornelia Pompeianorum" perché governata dal dittatore Publio Cornelio Silla che la conquistò nell’89 a.C. e le diede gli appellativi appena citati: Cornelia, dal nome di Cornelio Silla e Veneria perché Venere era particolarmente adorata dal dittatore. Durante questo periodo la cittadina visse una profonda umiliazione perché molte terre furono confiscate per essere cedute ai veterani.
Inoltre, la città si "romanizzò" al punto che sia il suo lato architettonico sia il lato istituzionale erano molto simili a Roma. Pompei divenne la "residenza di villeggiatura" del patriziato romano ed, in età imperiale, molte famiglie favorevoli alla politica di Augusto, si trasferirono qui e fecero costruire edifici come il Tempio della Fortuna Augusta e l’Edificio di Eumachia.
Sotto Nerone la Campania subì ingenti danni a causa di un sisma verificatosi nel 62 o 63 d.C.
Il Senato romano ne ordinò subito la ricostruzione, ma tutto fu vano, perché il 24 Agosto del 79 d. C., quando erano ancora in corso le opere di rifacimento della cittadina, una disastrosa eruzione del Vesuvio cancellò del tutto Pompei e con essa Ercolano, Stabia ed Oplonti.
Non ci fu scampo quasi per nessuno e della fiorente Pompei rimase solo un manto lavico spesso fino a tre metri che cementificò gli abitanti e distrusse ogni sorta di vita. I calchi di gesso sono la testimonianza sconcertante di come perirono gli abitanti della città. L’eruzione del 79 d.C. è ricordata anche come eruzione pliniana perché il naturalista Plinio il Vecchio fu la più illustre vittima dell’eruzione.
fonte internet


UN ALTRO BEL VIDEO:
http://youtu.be/lSJ4HXlI7uk



domenica 23 marzo 2014

Argentina: sará cosí il futuro italiano?

ARGENTINA BELLA E INCANTEVOLE, MA COME QUASI TUTTI I PAESI SUDAMERICANI, CON MOLTI PROBLEMI POLITICI. L'ITALIA SEMBRA SEGUIRE IL TREND BIANCOCELESTE. FORSE PERÓ LE CAUSE SONO UN PO' PIÚ "SOPRA"... 





Cari lettori, sono stato a Buenos Aires. Ho indagato su miracolo eucaristico, evento passato sotto silenzio dalla Chiesa, su cui forse riuscirò a scrivere un libro.

Oggi, però, voglio anticiparvi la mia sensazione: Buenos Aires come immagine del nostro futuro. Più avanti di noi, precisamente, nella decadenza. Infissi divorati dalla ruggine e cadenti, spazzatura, auto e cellulari di seconda mano, computer ingrigiti con gli schermi a tubo catodico, marciapiedi resi impraticabili dalla rotture delle piastrelle (come si usano lì) che nessuna aggiusta, riparazioni malfatte, maniglie che (nell’albergo a 4 stelle) ti restano in mano, bagno che perde, tetti dove le tegole rotte vengono sempre più estesamente, spicciativamente e con minor costo sostituite da lastre di metallo ondulato, martellate e peste: la mancanza di manutenzione nell’illusione di risparmiare, primo colpo d’occhio che rivela, allo straniero, la decadenza.

La gente del posto non se ne accorge, s’è assuefatta al decadimento, in quanto è stato graduale, non vede più la stracca desolazione che la circonda. E l’inflazione, tornata al 30%. E gli scioperi dei dipendenti pubblici che vogliono aumenti sennò spaccano tutto, e la manifestazioni di piazza di questo o quel gruppo che esige sussidi, e la criminalità che risale, con la disoccupazione... Il tutto fra l’obelisco e la strada più larga del mondo, avenida Nueve de Julio, straordinari edifici copiati nel secolo scorso dalla Parigi di Luigi XIV o dalla Berlino neoclassica del ‘900, grattacieli di ieri e palazzi art déco, tutti i segni monumentali di quella che fu, fino agli anni ’40, se non un’epoca grande, un’epoca ricca, lussuosa – l’epoca in cui l’Argentina era esportatrice mondiale di carne e grani.
Tale è rimasta nell’età della globalizzazione e della new economy telecom-digitale, questo è il guaio. O uno dei guai, che si uniscono a tanti – e tutti, ahimé – i sintomi che vediamo in Italia.

Anche l’Argentina è stata sottoposta dall’estero alla fase di «austerità». Come i nostri politici hanno agganciato la nostra economia all’euro (ossia al marco tedesco), così quelli argentini imposero l’assurda convertibilità fra la moneta nazionale, il peso (valuta inesistente sul mercato globale) e il dollaro USA: per un peso, ti davano un dollaro. Faceva comodo ai grandi creditori internazionali, come oggi la condizione italiana fa comodo alla Germania. Come da noi con l’entrata nell’euro, si disse che la misura avrebbe reso più responsabili i governanti, inducendoli ad indebitare meno lo stato. Non funzionò. Fu una deflazione atroce, metà della popolazione disoccupata. Sotto le cure «di risanamento» del Fondo Monetario, il cui direttore esecutivo di allora per caso era il tedesco Horst Kohler, il quale è rimasto famoso in Argentina per una frase che noi, e i greci, abbiamo udito da Angela Merkel e dalla stampa tedesca: «Gli argentini debbono soffrire. Non c’è via d’uscita senza sofferenza».
In quel mentre, il FMI aveva prestato altri 8 miliardi di dollari (a tasso proibitivo) all’indebitato Paese: un prestito «supplementare» che si addizionò a tutti gli altri, e il cui solo esito – e forse, il solo scopo – fu di ritardare l’inevitabile bancarotta, in modo da facilitare la fuga dei capitali stranieri dall’Argentina: Goldman Sachs, JP Morgan e simili ebbero tutto il tempo di vendere i loro miliardi di pesos ricevendo altrettanti miliardi di dollari: oltre venti miliardi di dollari uscirono dall’Argentina fra ottobre 2001 e i primi giorni del 2002.

Quando il Paese fece default, il Wall Street Journal strillò d’indignazione e minacciò «gravi conseguenze» per il debitore insolvente , ma per un motivo che confessò così: prestare agli Stati sudamericani, scrisse, per la finanza globale «è stata una delle poche possibilità d’investimento con buoni profitti» nel decennio precedente. Eccome: buoni del Tesoro messicani rendevano l’8%, quelli venezuelani il 16, quelli argentini ad un certo punto anche più. È stato bello fin quando è durato, senza nessuno sforzo d’ingegno e senza rischio per gli «investitori», se si ha dalla propria parte il FMI che rallenta la crisi terminale dei paesi debitori, dando il tempo di ritirare i capitali alla pari.

Il Wall Street Journal, scrive Osvaldo Tcherkaski, grande giornalista argentino (ne avessimo noi uno così) «ha svelato il paradosso dei mercati finanziari globali: quanto più fanno crescere a livelli impagabili i debiti di questi Paesi, debiti generati dall’estorsione dei mercati stessi e gestiti dalle banche, maggiore è il profitto». È per questo meccanismo che i pochissimi ricchi sono diventati sempre più pochi e più ricchi, estraendo interessi da favola alle masse di poveri sempre più poveri, e sempre più numerosi. Per questo appunto la finanza ha voluto la globalizzazione.
Fatto è che l’Argentina ha rotto il gioco. Governanti per una volta coraggiosi (ne avessimo qualcuno noi...) hanno sganciato il peso dal dollaro e contestualmente, dichiarato bancarotta. Pardon, si parla di «ristrutturazione del debito» estero: ma anche così, significò un taglio del debito pari al 18% del Pil.

 Così alleggerito, e con la svalutazione che lo rendeva di nuovo competitivo (e ghiotto per la finanza), il Paese – a prezzo di gravi sofferenze per parte della popolazione – ha preso a crescere impetuosamente; ha recuperato la caduta del 20% del livello di produzione, assorbito gran parte dell’enorme disoccupazione, soppresso la fiammata iper-inflattiva, ricostituito l’unità monetaria (nell’austerità, erano spuntate 14 sub-monete locali, provinciali). Anche il protezionismo ha svolto il compito benefico ben noto: industrie globali, come per esempio Samsung, per poter accedere al mercato argentino, hanno accettato di costruire (o montare) i cellulari in... Patagonia.

Questo impulso dinamico però s’è sfiatato. Lo dice Roberto Lavagna, il Ministro che ebbe il gran coraggio di ripudiare il debito: «Le opportunità che abbiamo costruito tutti insieme con grande sforzo nel periodo 2002-2006 si sono perse. In meno di due anni l’attivo di bilancio ottenuto si è ridotto a meno della metà, e nei due anni seguenti (200-2009) s’è tramutato nel quasi tradizionale passivo dei conti pubblici nazionali. Gli investimenti nella produzione reale sono rallentati dal 2006, e quindi la creazione di posti di lavoro è rallentata fino a giungere all’11% di disoccupati. L’inflazione accelera, la fuga di capitali è ripresa, le finanze delle provincie sono sempre più debilitate».

Insomma, dice Lavagna, «s’è sprecata l’occasione storica, che tanto ci è costata, e che non si doveva perdere». Se gli si chiedono le cause, l’elenco che ne fa evoca – sinistramente, desolatamente – l’elenco dei mali italiani. Per dirne solo qualcuno,
 
Un federalismo non risolto» – edulcorata espressione per «istituzionalmente pasticciato alla furba per soddisfare le pretese centralizzatrici fingendo di devolvere poteri», dove le regioni (in Argentina, «province»), private della «prerogativa di gestione dei loro propri introiti», si trasformano in «mendicanti presso il Governo Centrale», che esercita così di nuovo il «centralismo di cassa, che consiste nel dare fondi in cambio di favori politici».

 «Clientelismo», «limiti inefficaci al finanziamento dei partiti», «cariche elettive trasmesse ai familiari, padri, figli, fratelli, mogli...». «Sindacalismo» fierissimo, comunistoide, reovucionario, che picchetta le fabbriche e gli uffici pubblici, ed esige dallo Stato i soldi. «Fragilità istituzionale», ossia leggi malfatte e ampiamente disobbedite…
 
«Disordine dei conti pubblici che obbliga ad emettere titoli di debito a tassi altissimi d’interesse, abbandonando la politica di dis-indebitamento: dis-indebitamento che Lavagna non suggerisce «per ortodossia economicista», bensì «come strumento per “fare” politica economica, per prendere decisioni senza il condizionamento di fattori interni ed esteri»: i creditori, infatti, ti condizionano e ti impongono le loro ricette nell’interesse loro, non del Paese.

Politiche agricole dissennate, come «il massacro di bestiame da carne e da latte» perseguito per anni, allo scopo di sostenere i prezzi, e che ha ferito il motore principale dell’economia argentina.

«L’istruzione, fattore essenziale» e mancante: i poveri delle favelas (qui si chiamano «villas miserias»), in cui il cardinal Bergoglio ha visto sempre il suo vero gregge e tesoro di non si sa quale religiosità popolare ancor sana, sono sì poveri, ma – letteralmente – non sanno fare nulla: non hanno imparato alcun mestiere, e dunque il loro sbocco è la criminalità, la droga e la prostituzione, l’attività di cartonero (chi raccoglie cartoni usati ed altre spazzature per pochi pesos al giorno). Questo al livello basso della società. Ma al livello alto, Lavagna denuncia le falle del sapere scientifico e tecnologico nella borghesia imprenditoriale e nei pubblici dirigenti, il non saper produrre con ambizione «beni e servizi di qualità, varietà ed utilità superiore», accontentandosi di qualità inferiori. Occorre con urgenza una vera riforma dell’educazione, una frustata intellettuale: «Se non siamo capaci di questo tipo di sviluppo, il Paese decadrà vegetando come produttore di beni primari, agricoli e minerari, senza capacità di fare valore aggiunto e dunque lavoro qualificato». E magari, vantandosi che « come si mangia bene da noi, non si mangia da nessuna parte». Slow food ed Expo sull’alimentazione, invece che sulle tecnologie d’avanguardia...

 … ma scusate, mi sto confondendo. Non so più se parlo dell’Argentina o dell’Italia. Del resto, cosa volete: metà degli argentini sono italiani, e tutti se lo ricordano, e quasi tutti hanno visitato i Paesi dei loro nonni e genitori: in Calabria, in Sicilia per lo più... Quasi tutti hanno il sogno di tornare, l’idea di un’uscita di sicurezza, che impedisce di metter radici nel comune destino argentino.

Lo ammette Lavagna: «Al peggio della crisi del 2002, il Paese ha vissuto una solidarietà e una unità eccezionale: ricchi e poveri erano tutti meno egoisti, più responsabili, più comunitari». Come in guerra, il Paese si rinsaldò. «Oggi questi comportamenti si sono diluiti. Nella classe alta è riapparsa l’idea del Paese in cui si vive, nel quale si dorme, ma nel quale non si tengono i principali impegni economici, i veri investimenti. Nei professionisti e imprenditori, riappare il consumo di ostentazione, del mostrarsi spesso al costo di non essere, e non di rado conseguito indebitandosi. I settori più bassi e poveri sono tornati ad essere sempre più abulici, discreditati, e sempre più si vanno di nuovo convertendo in soggetti passivi del clientelismo».
Come nel nostro Meridione, mi vien da dire. Lavagna conclude che occorre «un impegno della società per un progetto nazionale», l’impegno all’inesorabile, non evitabile, «destino comune». Difficile, quando metà della popolazione è italiana, un ben noto non-popolo, e divorata dalla nostalgia e dal sogno di tornare- in Calabria.
Argentina, bella donna non amata, dico a Fernando Gonzalez, che è stato mio generoso anfitrione nei giorni passati. Fernando è un giudice della Cassazione penale argentina, giovane, intelligentissimo, coltissimo (20 mila i volumi della sua biblioteca), tradizionalista cattolico. Devo a lui tutti gli incontri importanti che ho avuto, spesso eccellenze intellettuali vere (come l’antico gesuita padre Saenz), ne avessimo alcune qui... Fernando mi ha raccontato che il Governo Kirchner, di sinistra, ha stancato tutti; ma che a destra non ha un candidato presentabile per le prossime elezioni. Anche in questo, è Italia. «Argentina, bella donna che i suoi uomini non amano», gli ripeto. Lui dapprima nega, vuol difendere gli argentini; poi si addolora e mi dice: «La tua frase mi fa pensare».
Maurizio Blondet

lunedì 3 marzo 2014

LA TV LOBOTOMIZZA !!!

DA ORMAI QUASI DUE MESI NON ABBIAMO PIÙ LA TV A CASA. UNA VOLTA ROTTA, ABBIAMO DECISO DI NON RIPARARLA O DI COMPRARNE UN'ALTRA, MA DI RIMANERE SENZA PER UN PERIODO... POI LA SETTIMANA SCORSA MIA FIGLIA HANNETTE (9 ANNI), COSÍ DAL NIENTE, DICE: "PERÒ, COME SI STA BENE SENZA TELEVISIONE..." GRANDE!!! GENIALE... LE MIE FIGLIE PER UN MOTIVO O PER L'ALTRO, SONO DEGLI ANGELI, DEI TESORI INFINITI!!!
GRAZIE HANNETTE...



Vogliamo fornire alcune riflessioni al lettore di buona volontà e lo facciamo citando un ottimo libro di tenore scientifico uscito da poco (cf. Michel Desmurget, TV LOBOTOMIE. La veritéé scientifique sur les effets de la Télévision, éditions Max Millo, Paris 2012).
"Sono un ricercatore. In quanto tale, appaio nel repertorio di diffusione dei principali giornali scientifici legati al campo delle neuro-scienze fondamentali e cliniche. Ad ogni nuova uscita, questi giornali mi inviano il sommario delle pubblicazioni, in modo da permettermi di identificare i lavori di mio interesse. Da 15 anni, non è passata una settimana che io non abbia reperito almeno uno o due pezzi relativi agli effetti deleteri della televisione sulla salute psichica, cognitiva e somatica del bambino" (p.13).
Con queste parole altamente significative inizia la lunga inchiesta dello studioso Michel Desmurget che ha esplorato praticamente tutta la letteratura scientifica in materia, specialmente in lingua francese e inglese. La sua documentata ricerca ha come scopo quello di mostrare le conseguenze psicologiche della visione quotidiana della Tv sui bambini e gli adolescenti (e secondariamente sugli adulti). Tra le conseguenze segnaliamo d'emblée: aumento dell'incapacità di essere attenti e sereni, eccitamento alla violenza, solitudine, fobie diverse, comportamenti irrazionali e nevrotici, tendenza all'obesità, all'alcolismo e al tabagismo, abitudine alla pigrizia, alla passività e all'ozio, ecc., ecc.
Anche l'abbassamento del livello scolastico è una tendenza tipica della "dittatura dei mass-media". 
I problemi psicologici e fisiologici legati alla visione televisiva, specie se prolungata. Sarebbe potuto credere e sperare in una diminuzione drastica del tempo medio passato davanti alla Tv grazie alla concorrenza di internet, Facebook, i-Phone, ecc. E' accaduto il contrario: "Negli Stati Uniti il 79% delle famiglie possiede 3 televisori e oltre il 70% dei bambini dagli 8 anni in su ha una televisione in camera" (p.40). Negli anni '50 solo l'1% delle famiglie americane aveva la Tv in casa. In pochi anni la presenza della Tv è passata dall'1% al 99,99%! D'altra parte "un adolescente che guardava la Tv 2 ore al giorno si troverà  a guardarla per 3 ore e 30 se l'avrà nella propria camera" (p.41). Conseguenza matematica: "Uno dei primissimi effetti della Tv è di ridurre drasticamente il volume e la qualità delle relazioni genitori-figli" (p.30). Secondo lo studioso è evidente che "la Tv e gli altri media elettronici influenzino negativamente il benessere mentale e fisico dei bambini" (p.26). E' stato calcolato che lo spettatore medio passi davanti allo schermo acceso 3 ore e 40 minuti ogni giorno, ovvero 1.338 ore complessive, quasi 2 mesi ogni anno! Si potrebbe così calcolare quanti anni, in un'intera vita, sono stati gettati nella meno utile delle attività. In conclusione l'Autore dimostra come "la Tv sia un fattore di isolamento sociale ed espone lo spettatore a dei rischi morbosi per la sua propensione a favorire la sedentarietà, il declino cognitivo, la comparsa di patologie cerebrali degenerative (Alzheimer) e i comportamenti a rischio (tabacco, alcol, violenza, sessualità)" (p.247).
Il filosofo Pascal Bruckner scrisse che "la Tv non esige dallo spettatore che un atto di coraggio - ma è quasi sovrumano - quello di spegnerla" (cit. p.35).

video:  http://youtu.be/Kd0qycWtykQ

SPENGI LA TV, LA FAMIGLIA RIPRENDERA' A VIVERE BENE
L'esperienza di una famiglia americana: ''Se togli la tv per un anno, poi non la accenderai mai più... ci sarà un motivo!''

"Alcuni mesi fa," racconta Le Figaro del 28 Febbraio, "una coppia di genitori americani si è lanciata in un'avventura incredibile: hanno deciso di svuotare la casa di tutti gli schermi in essa presenti: televisori, computer, videogiochi, iPod, smartphone, ecc. al fine di viaggiare coi loro figli nella vita reale. Gli inizi sono stati estremamente difficili per Anni, 18 anni, Bill 15 e Sussy, 14. Il trauma degli adolescenti è stato comparabile alla cura di disintossicazione seguita dai tossicodipendenti, talmente i legami di dipendenza con i vari oggetti cult erano tenaci."
"Tre mesi dopo, quali erano però i risultati? I professori hanno notato comunemente un netto miglioramento dei risultati scolastici dei tre studenti, spiegabile per 3 ragioni: anzitutto, la capacità di attenzione dei ragazzi si era sviluppata in modo spettacolare. In seguito, la scomparsa dei vari schermi ha ridotto drasticamente le quotidiane perdite di tempo, dando loro più libertà per lo studio e il vero riposo. Infine, i 3 studenti erano meno affaticati durante le lezioni a scuola. Infatti gli studi scientifici hanno dimostrato perchè l'abuso di Tv disturba il sonno e genera una cronica fatica. La madre dei 3 è stata assai contenta di questa esperienza."
Non avendo più computer in casa, ha annotato con la biro su un diario le conseguenze dell'esperimento: "I ragazzi sono diventati capaci di leggere per delle ore e non solo per alcuni minuti; ed anche di avere delle conversazioni più lunghe con gli adulti e di programmare la loro giornata al di là del momento presente. Uno di loro ha ripreso con passione lo studio dello strumento musicale, un altro che lasciava la stanza peggio di un porcile ora ha ritrovato il senso dell'ordine, e la terza si è messa a cucire e a scrivere un romanzo". La vita di famiglia è stata radicalmente cambiata dall'esperimento. "Siamo adesso più vicini gli uni agli altri" afferma il maggiore dei figlioli. Per esempio ora nessuno fugge da tavola per non perdersi la trasmissione del cuore, ma ci si attarda a cena per parlare e discutere. Inoltre i giovani hanno ricominciato a frequentare i loro amici, incontrandoli realmente: alcuni studi dimostrano che i neuroni dedicati ai rapporti umani degli individui che sono cresciuti con le nuove tecnologie sono spesso sottosviluppati, così che si registrano delle carenze in certi attitudini sociali come... l'ascolto. 

di Fabrizio Cannone

lunedì 24 febbraio 2014

LA MAFIA OGGI È TRANQUILLA... IL SUO POTERE È COPERTO

MA LA MAFIA ESISTE ANCORA? SE QUALCUNO AVESSE ANCORA IL BEN CHE MINIMO DUBBIO...







Mafia e politica al Nord, ecco la mappa: 74
casi, il record a Milano con 18
L'analisi di ilfattoquotidiano.it basata sui dati
delle inchieste giudiziarie degli ultimi quattro anni, dalla Liguria alla
Lombardia. Un cittadino su cinque amministrato da almeno un personaggio
avvicinato dai clan, soprattutto di 'ndrangheta. Cinque i Comuni sciolti sopra
la linea del Po. Il sostegno elettorale al primo posto tra i motivi che
determinano l'approccio. 

Cinque comuni sciolti per infiltrazione
mafiosa
 e un centinaio di relazioni pericolose. È la fotografia dei contatti
tra ‘ndrangheta e politica nel nord Italia
 scattata dalle più
importanti inchieste antimafia degli ultimi quattro anni. Un quadro
inquietante, sicuramente incompleto, che descrive il tentativo dei clan di
influenzare la vita amministrativa di comuni, province e regioni anche nel
profondo nord del Paese. Le indagini realizzate dal 2009 al 2013 indicano che il
20 per cento dei cittadini
 di Piemonte, Liguria e Lombardia, ossia 1
su 5, è stato amministrato o rappresentato da almeno un politico accusato di
affiliazione o concorso esterno in associazione mafiosa. Circa 75mila abitanti
del nord-ovest dal 2011 vivono in un comune sciolto per mafia. E in questo
quadro la provincia di Milano, con quella di Torino e Genova, risulta l’area in
cui più forte è il tentativo di condizionamento dei risultati elettorali.
Spulciando i documenti dell’antimafia e tenendo
conto solo di politici in carica e candidati – e non di uomini di partito o
funzionari, che pure figurano – si ricava un elenco di almeno 74 casi
di avvicinamento tra rappresentanti delle istituzioni e criminalità calabrese
 (grande
protagonista, pochissime volte affiancata o sostituita da Cosa nostra).
La stragrande maggioranza dei casi non contiene alcun reato, e in ogni caso tutte
le persone citate sono da intendersi innocenti fino all’ultimo grado di
giudizio
. Ma gli episodi tutti insieme tracciano una prima mappa
inedita dell’assalto dei clan alla politica del Nord Italia
. Emergono le
scelte degli uomini legati alla malavita e quella rete di “relazioni esterne”
dell’organizzazione criminale che, anche quando non ha rilevanza penale,
contribuisce a fare della mafia un sistema di potere e non un semplice gruppo
armato.
Sulla base delle informazioni fornite dai
magistrati, i rapporti individuati possono essere classificati in cinque tipi per
livello di coinvolgimento, a prescindere dal loro profilo penale che, lo
ribadiamo, resta perlopiù irrilevante (o, in  alcuni casi, ancora da
provare definitivamente in tribunale). Si passa dal semplice contatto (30
per cento degli episodi), cene, pranzi e appuntamenti in cui gli uomini dei
clan tentano un primo abboccamento, al sostegno elettorale (43
per cento), che rappresenta il tipo di rapporto maggiormente rilevato e nasce
talvolta da una scelta spontanea dei malavitosi (una decisione in ogni caso mai
gratuita, almeno nelle intenzioni), per arrivare agli episodi in cui più
chiaramente emerge una prospettiva di accordo tra le parti (16
per cento). A questi si sommano infine gli episodi in cui, secondo gli
inquirenti, politici e amministratori si relazionano agli uomini di mafia
sapendo  bene con chi hanno a che fare: 5 casi di presunta
affiliazione
 e 3 di concorso esterno in associazione
mafiosa.
Le inchieste rivelano che il sostegno elettorale è
il motivo di contatto più frequente tra cosche e classi dirigenti, così come lo scambio
tra voti e appalti
 è la base di ogni scioglimento comunale per mafia.
I voti sono una merce molto richiesta, la buccia di banana su cui rischiano di
scivolare anche i politici più scafati. Passa tutto da lì: è il peccato
originale che i clan sfruttano per ricavare beni e favori all’organizzazione
criminale. In questo contesto i comuni sciolti per infiltrazioni mafiosa, Bordighera (il
cui commissariamento è stato successivamente annullato), Ventimiglia,LeinìRivarolo e Sedriano,
raccontano solo una parte della storia.
Guardando
ai rapporti tra politica e mafia ogni territorio, comune, collegio o
circoscrizione elettorale del nord Italia diventa lo specchio del potere
conquistato dai clan. L’area di elezione di politici e amministratori
costituisce infatti lo spazio su cui si misura la capacità mafiosa di penetrare
le istituzioni, condizionare un territorio e la sua vita democratica. La
dimensione della sua scalata al potere.
In questa classifica alla città di Milano tocca
il valore massimo, con 11 episodi segnalati. E i numeri peggiorano quando gli
episodi si sovrappongono sullo stesso territorio. La cifra che ne risulta
(indicata nella mappa con una diversa gradazione di colore) è ben più grave e
colloca, ad esempio, il capoluogo lombardo in vetta alle posizioni con 18
casi complessivi
.
Nelle intercettazioni e nei documenti ufficiali (i
dati sono aggiornati al 31 dicembre 2013), la stragrande maggioranza dei
politici si mostra inconsapevole, distratta, responsabile tutt’al più di una
caccia al consenso che conduce talvolta a pericolosi incontri ravvicinati. E
infatti tutti i politici si dichiarano estranei a qualsiasi coinvolgimento o
responsabilità. Le relazioni con uomini legati ai clan nascono spesso in un’area
grigia
 popolata da colletti bianchi, affaristi e fiancheggiatori di
ogni sorta, in cui si stringono molte mani e non sempre è facile capire chi si
ha di fronte. Capita, poche volte per la verità, che i politici vengano
addirittura scelti a loro insaputa, sostenuti dai “calabresi” per giochi di
sponda o di interessi incrociati, quando collettori di voti – luogotenenti dei
boss, uomini di partito, affaristi e persino genitori o parenti – intercettano
per i candidati inconsapevoli i consensi della rete criminale (è il caso, ad
esempio, del sindaco di Torino Piero Fassino o delle giovani Fortunata Moio e
Teresa Costantino).  
Accando a questi episodi emergono però anche
abboccamenti diretti e più compromettenti. Richieste di voto avanzate senza
fare troppe domande. In questi casi i politici coinvolti non possono negare di
aver chiesto quei voti, ma giurano di non aver minimamente sospettato della
qualità criminale dei loro interlocutori, in alcuni casi ancora da provare in
tribunale. Sono gli episodi in cui, come scrivono i magistrati della procura di
Milano “non sempre è l’appartenente alla mafia che si infiltra nella società
civile” ma “esponenti di istituzioni, della società civile o delle professioni ricercano
il rapporto con la mafia
A questi fatti si sommano poi alcuni
casi limite, una decina in tutto, in cui lo scambio, secondo gli inquirenti,
avviene nella piena ed esplicita consapevolezza dei ruoli.
È sconcertante vedere quanto in alto riescano a
salire gli uomini legati alla criminalità calabrese, nei loro rapporti, prima
che scatti un qualche campanello d’allarme. Come un sasso tirato
nello stagno, i rapporti tra mafia e politica disegnano centri concentrici che
si propagano da alcuni punti nevralgici verso l’esterno. Più rapidi a
diffondersi sono trovano interlocutori disponibili, più radi dove i servizi
mafiosi non hanno mercato. Dal punto di vista della collocazione politica il
partito di gran lunga più avvicinato è il Pdl
, con 40 episodi, coincidenti
ad oltre la metà dei casi totali, per il resto quasi equamente distribuiti tra
Pd, Udc, Idv, liste civiche e altri partiti. Mentre sono tutte di centro-destra
le amministrazioni dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa.
I comuni commissariati per mafia sono tutti
medio-piccoli, ma il dato non deve trarre in inganno. I tentativi di contatto
riguardano infatti anche consiglieri e amministratori provinciali, regionali,
nazionali e persino un parlamentare europeo. Se negli ultimi 4 anni
i boss calabresi hanno contattato, sostenuto o fatto accordi con 10 sindaci, 6
assessori e 22 consiglieri comunali (guardando ai soli candidati eletti), i
rapporti che superano la soglia comunale rappresentano nel complesso circa il
40 per cento del totale, con 12 avvicinamenti di consiglieri o assessori
regionali e 6 di politici con cariche provinciali.
Nota metodologica e fonti
I dati riportati nella mappa e nei grafici sono
aggiornati al 31 dicembre 2013 e riguardano gli episodi contenuti nelle
principali inchieste antimafia realizzate dal 2009 al 2013. Il partito di
appartenenza e la carica dei politici sono relativi al momento del contatto con
l’organizzazione criminale. Molti di loro hanno successivamente assunto altre
cariche, o cambiato partito. Non sono stati classificati gli intermediari o gli
uomini di partito senza cariche rappresentative o amministrative al momento del
contatto. La mappa segnala esclusivamente i politici citati negli atti
giudiziari, molti dei quali non sono neppure indagati, e comunque tutti sono da
considerarsi non colpevoli fino all’ultimo grado di giudizio.
Ad ogni soggetto è attribuito un territorio in
relazione al contesto di elezione: comune, collegio o circoscrizione.
La situazione giuridica indicata per ognuno
riguarda esclusivamente le condotte che abbiano attinenza con  il tema
della ricerca. Nel caso del sostegno elettorale, per ogni soggetto è indicata
la carica conquistata anche grazie al sostegno mafioso e, in caso di mancata
elezione, la carica – se presente – posseduta prima della candidatura.
Viceversa compare la dicitura “non eletto”.



Il lavoro ha utilizzato le seguenti fonti: Relazione Commissione
antimafia XVI legislatura, gennaio 2013; G. Barbacetto e D. Milosa, Le
mani sulla città, Chiarelettere, 2011; E. Ciconte, Politici e
malandrini, Rubbettino, 2013; Marco Grasso e Matteo Indice, A
meglia parola, De Ferrari, 2013; Vittorio Mete, Fuori dal Comune,
Bonanno, 2009; M. Portanova, G. Rossi, F. Stefanoni, 
Mafia a Milano,
Melampo, 2011, Rocco Sciarrone, 
Mafie vecchie, mafie nuove,
Donzelli, 2009. Archivio web de Ilfattoquotidiano.it. La Repubblica, Il
Corriere, La Stampa e alcune testate locali. I dati demografici e i confini
territoriali attingono agli ultimi rilevamenti Istat (2011-2013).

MOLTO INTERESSANTI ANCHE QUESTI VIDEO: 

http://youtu.be/NICEe7wjIok
http://youtu.be/13IcLG5WYTc
http://youtu.be/wqkBNXMH7lA

domenica 23 febbraio 2014

NUOVO GOVERNO, STESSA (TRISTE E POVERA) STORIA

UN ARTICOLO ESSENZIALE, SCARNO, DI PAOLO BARNARD CHE FOTOGRAFA PERFETTAMENTE LA SITUAZIONE (PRECARIA) NAZIONALE.


L’EUROZONA HA GIA’ UCCISO IL GOVENO RENZI.

Tragica cosa per le persone di questo Paese, non per sto egocentrico servo della finanza europea. Renzi fallirà come un cretino qualsiasi. Perché neppure può provarci.
Non sto provocando, è che la sua è una missione impossibile. Se non fosse sto pupazzo pompato che è, se conoscesse l’Eurozona e la macroeconomia, non si sarebbe cacciato in questo pasticcio (e badate che sto dicendo che pure i suoi padroni speculatori ci smeneranno il muso, perché sto gioco di creare una moneta unica per distruggere mezza Europa e fare un gran banchetto si è già ritorto contro chi l’ha pensato. Gli speculatori ci hanno fatto un po’ di fortune per pochi anni, ma sta finendo).

NO SOVRANITA’ MONETARIA.
Per prima cosa Renzi si ritrova senza sovranità monetaria, quindi senza nessuna delle leve economiche fondamentali di cui deve godere un governo degno di questo nome, e di cui godono gli USA, la GB, la Svezia o il Giappone. Non ha una Banca Centrale che possa controllare inflazione, prezzo del denaro, tassi d’interesse, né monetizzare la spesa decisa dal Parlamento. Renzi non possiede una moneta, e deve usare gli euro, da restituire con tassi non decisi da lui ai mercati di capitali internazionali. Dovrà dunque tassarci a morte sempre, per fare quanto appena detto. Dovrà quindi mentire all’Italia fingendo col gioco delle tre carte di spostare fondi e investimenti essenziali (lavoro, infrastrutture, crescita…) da qui a lì, per poi rimangiarseli tutti con gli interessi. Dovrà rispettare il Pareggio di Bilancio, che peggiora ciò che ho appena scritto. Ovvero: Chemiotassazione garantita, impossibilità di investire per le aziende e tagli alla spesa. Qui abbiamo la garanzia della decapitazione di: speranze di posti di lavoro; salari; pensioni; modernizzazione del Paese; Sanità; risparmi privati; piano industriale; risanamento bancario; crescita del PIL; e domanda aggregata. Potrei finire qui, ce n’è già a sufficienza, ma purtroppo…

I DEFICIT NEGATIVI.
Renzi si ritroverà in una spirale di Deficit Negativi mortali, cioè di tutte quelle spese di Stato imposte dalla crisi dell’Eurozona ma che non risolvono nulla, non producono nulla e che aumentano il debito di Stato. Per prima cosa l’economia continuerà a contrarsi, come è già previsto per l’Italia dal FMI, Bloomberg, OCSE, Commissione UE, e quindi calerà sempre il gettito fiscale, che quindi va a ingrandire il debito. L’economia impantanata significa che il miliardo di ore di cassa integrazione rimarranno e aumenteranno, pompando di nuovo il debito. I fallimenti aziendali non caleranno, la curva dei prestiti bancari insolventi aumenterà, e le banche italiane che già sono in parte fallite, dovranno essere ri-salvate, a suon di denaro pubblico, e ancora il debito sale. Assieme ad esso salgono gli interessi da pagare, sempre spesa di Stato, ancora più debito. Ma stando in Eurozona, un debito che lievita è grave (con la Lira non lo sarebbe) perché porta all’allarme delle agenzie di rating, che porta all’allarme dei mercati di capitali che prestano a Renzi gli euro, che porta a tassi più alti sui titoli di Stato, che porta a più debito. Che farà Draghi a sto punto? Si metterà a comprarci i titoli di Stato per far scendere i nostri tassi? Farà cioè la famosaOutright Monetary Transaction? Se lo fa, la Germania lo ammazza. Non lo farà. Renzi rimane nel letame.

NO CRESCITA E DEFLAZIONE.
Renzi si ritrova con un’economia che si è contratta del 18% dalla fine degli anni ’90. Per riportarci a quel livello di vita, dovrebbe riuscire a far crescere l’Italia del 20%. No, calma, visto che oggi cresciamo dello 0,1% se va bene…. Il 20% fa ridere. Renzi non è Roosevelt e non ha la sua testa. Poi abbiamo il problema delladeflazione che sta aggredendo tutta l’Eurozona, con la BCE disperata perché non sa più che fare per fermare il crollo dei prezzi (deflazione = contrario di inflazione). E quel che è peggio, è che in un clima di crisi di queste proporzioni la gente corre a risparmiare disperatamente per il timore del domani (mica scemi), ma questo sottrae denaro in circolo, cosa che non solo affama tutta l’economia, ma peggiora la deflazione stessa. Vorrei che capiste che questo è uno dei mali economici peggiori e che c’è tutta la tecnocrazia europea che non sa più come fermarlo. Immaginatevi Renzi, il bulletto del PD.

CROLLO BANCHE.
Renzi, poi, fra otto mesi si ritroverà l’implosione del sistema creditizio europeo, quando i test dei regolamentatori dell’EBA inevitabilmente mostreranno che alcune delle maggiori banche sono irrecuperabili. Da qui il terremoto delle piccole medio banche, fra cui quelle italiane sono quelle messe peggio d’Europa sia come buchi di bilancio che come capitale di copertura. Prometeia stima che solo per i prestiti insolventi le banche italiane siano scoperte per 150 miliardi di euro. E chi le salva? E con che soldi? No, Renzi, la sovranità monetaria non ce l’hai, non le puoi nazionalizzare. Che fai? Chiami Benigni?

SVENDITA PUBBLICA INUTILE.
Ma Renzi almeno ha la carta delle privatizzazioni… Vendi il vendibile, incassa l’incassabile. Funziona? No. Non ha funzionato in nessun Paese del mondo, meno che meno da noi quando proprio il centro sinistra si mise negli anni ’90 a svendere pezzi di beni di Stato a un ritmo talmente forsennato che fece il record europeo delle privatizzazioni nel 1999. Sapete di quanto ridussero il debito di Stato italiano? Di un maestoso 8%... E che allora i prezzi contrattati per i beni pubblici da alienare erano, circa, decenti. Oggi, con l’Italia sprofondata dall’Eurozona in una svalutazione della sua economia da piangere, Roma deve svendere a prezzi stracciati qualsiasi cosa offra, con margini che saranno patetici. Renzi, farà la Thatcher dei poveri.

DISOCCUPAZIONE
E la disoccupazione? Sapete cosa costa all’Italia avere il 12% (fasullo, è molto di più) di disoccupati? Trecentosessanta miliardi all’anno perduti. E i giovani? Il 76% di loro è costretto alla flessibilità, con limiti invalicabili all’acquisto di una casa o al matrimonio. L’Eurozona fu pensata ed edificata proprio per ridurre il sud Europa a un serbatoio di lavoratori pagati alla kosovara ma in strutture moderne. Il futuro di questo ragazzi è ormai certo: stipendi dai 600 agli 800 euro per i più qualificati, al lavoro per investitori stranieri. Questo non è più un Economicidio, è un olocausto economico e generazionale, che Renzi dovrà gestire sotto l’egida della Germania che già oggi sta affossando il resto d’Europa coi suoi diktat criminosi. Tradotto in termini specifici: il potere Neomercantile della mega-industria tedesca, quello della Bundesbank, quello dei maggiori speculatori-rentiers del mondo, contro Renzino da Firenze. Matteo tu fai fesso qualcun altro. Perché è vero che ignori il 70% di tutto questo, ma sul restante 30% sei pienamente d’accordo, da bravo leader del partito di destra finanziaria peggiore d’Italia, il PD.

CONCLUSIONE.
Renzi non si rende conto di cosa lo aspetta, ma soprattutto del fatto che la catastrofe dell’economia italiana è un MACROPROBLEMA STRUTTURALE nell’Eurozona, e finché esisteranno i parametri economicidi dell’euro non esiste salvezza. Il governo Renzi è morto prima di nascere. Poi, sapete, uno si stufa di scrivere sempre le stesse cose.

mercoledì 19 febbraio 2014

LA TEORIA EVOLUZIONISTICA DI DARWIN SCONFITTA DEFINITIVAMENTE?

LA RECENTE SCOPERTA DEI CRANI DI DMANISI IN GEORGIA SMENTISCE LE PSEUDO CERTEZZE DELL'EVOLUZIONISMO

Scompaiono una serie di ''anelli di congiunzione'' confermando quindi che Darwin non regge alle prove della scienza

La ricerca non ha mai fine», diceva il filosofo della scienza Karl Popper e in effetti chi segue la teoria dell'evoluzione da quando è stata formulata per la prima volta da Charles Darwin nel 1859 lo può confermare a suon di prove. Generazioni intere hanno studiato sui libri di scuola che l'uomo deriva da un ipotetico primate di tipo scimmiesco che, a sua insaputa, per grazia ricevuta, ha avviato una serie di progressive trasformazioni dell'intera anatomia, che lo hanno condotto, per mutazione e per selezione naturale, ad un esito imprevisto: a diventare un essere intelligente e consapevole, capace di interrogarsi sul passato, sul presente e sul futuro. E tutto questo processo di "ominazione" - secondo questa concezione - è avvenuto lungo una linea diritta.

MA QUALE "CESPUGLIO"?
Negli ultimi anni questo percorso lineare di trasformazione, ritenuto senza causa e senza scopo, è stato ramificato a tal punto che è diventato un "cespuglio". Perché? Perché i reperti fossili via via rinvenuti, a pezzi, in siti diversi del Pianeta, in epoche geologiche altrettanto distinte, hanno costretto gli evoluzionisti a continue revisioni della teoria. Rami più o meno lunghi si aggiungono nei cespugli genealogici per andare ad abbracciare ogni reperto, allungando la lista dei cosiddetti ominidi, non avendo informazioni dirette sulla loro possibile interfecondità.
Infatti, nel regno animale e vegetale, individui diversi appartengono a una stessa specie se sono in grado di accoppiarsi e di generare prole a sua volta feconda. Oggi, per esempio, analizzando il DNA fossile, si è scoperto che l'Homo di Neanderthal e l'Homo sapiens, a lungo considerati solo parenti e appartenenti a specie diverse, dovevano invece essere interfe-condi e quindi vanno inclusi in un'unica specie umana.
La recente scoperta di alcuni teschi a Dmanisi, in Geòrgia, a pochi chilometri da Tbilisi, ha tagliato ora diverse fronde, riducendo il cespuglio di nuovo a un unico ramoscello che unisce l'Australopiteco di oltre due milioni di anni fa all'Homo sapiens di oggi. Perché?
La chiave di tutto è un cranio, battezzato "skull 5", portato alla luce già nel 2005 e che ora è stato abbinato con una mandibola scoperta ancora prima, che vi si incastra perfettamente. Questo esemplare di teschio così completo, comprensivo anche di dentatura, costituisce fino ad oggi il miglior teschio di Homo erectus adulto.

ERECTUS, HABILIS E RUDOLFENSIS IN UN UNICO CRANIO
L'eccezionalità e la novità dei teschi rinvenuti a Dmanisi, la cui scoperta ha meritato la copertina dell'autorevole rivista americana Science (ottobre 2013), è dovuta ad almeno tre fatti.
Il primo (che forse è anche il più importante) è che gli evoluzionisti affermano che l'Homo erectus, l'Homo habilis e l'Homo rudolfensis sono ominidi appartenenti a specie diverse, ma, per contro, in un cranio ritrovato a Dmanisi si trovano: lo spazio per un viso lungo come quello di un Homo erectus moderno (molto simile al nostro), lo spazio per un cervello piccolo (550 cm. cubici) come quello di un Homo habilis e una dentatura simile a quella di Homo rudolfensis; mai queste tre caratteristiche erano state rinvenute unite in un unico fossile.

UN'UNICA SPECIE UMANA
II secondo fatto eccezionale consiste nel ritrovamento di altri quattro crani completi di Homo nello stesso sito, molto diversi tra loro, ma appartenenti allo stesso periodo. Ora, se sono stati ritrovati nello stesso sito, è ragionevole pensare che appartengano a individui della stessa tribù, quindi della stessa specie.
Il prof. David Lordkipanidze, del Museo Nazionale della Geòrgia, insieme ai suoi collaboratori, ha fatto un'analisi comparata di alta qualità, con tecniche statistiche raffinate, dei tratti morfologici dei cinque crani e ha osservato che le loro differenze sono le stesse che si ritrovano tra gli esemplari noti delle diverse specie di Homo abbracciate dal "cespuglio" tante volte proposto dalla teoria evoluzionista: ergaster, habilis, erectus, rudolfensis. Allo stesso modo, il professore ha studiato le differenze tra i crani di scimpanzè e di scimmie bonobo, di oggi. Analogo il risultato: la variabilità presente nei cinque crani di Dmanisi è la stessa che si ritrova tra le scimmie.
La conclusione è quella che abbiamo poc'anzi già cominciato a menzionare: le presunte specie diverse del genere Homo, che avrebbero preceduto l'Homo sapiens (e che sono scolpite su pietra in ogni Museo e vergate in grassetto su ogni libro di scuola, disposte in sequenza graduata per evidenziare il presunto progresso in percentuale di umanità), sono in realtà varietà o razze di un'unica specie, quella umana. Razze, non specie. È come se gli evoluzionisti avessero messo in fila un odierno polinesiano (con il cranio molto piccolo), un odierno asiatico (con il cranio di medie dimensioni) e infine un odierno bavarese (con il cranio grande) e dicessero che sono tre specie diverse in cammino evolutivo. Falso! La collezione di varietà umane è come quella che esiste in tutte le specie; l'esempio più noto è dato dalle razze canine: dal bassotto al levriero, al pastore tedesco, al dobermann, sempre di cani si tratta.

UN PROBLEMA DI PRIMOGENITURA
II terzo fatto degno di rilievo è che l'età di questi crani della Geòrgia coincide con quella dei primi Uomini apparsi in Africa nordorientale, creando quindi un problema di primogenitura. I fossili africani sono sempre stati i più antichi come datazione e quindi si è sempre pensato, anche da parte degli evoluzionisti, che dall'attuale regione dell'Etiopia l'umanità si sia diffusa, a più ondate, verso l'Europa e verso l'Asia. Se però si rinvengono altrove reperti umani coevi se non più antichi ancora di quelli africani, la tesi non può più essere sostenuta.
Dmanisi ha riacceso il dibattito anche all'interno del mondo accademico; si tratta di una gran brutta storia per gli evoluzionisti, alcuni dei quali si stanno muovendo per ridimensionare la portata dell'articolo apparso su Science, invocando ulteriori analisi e considerazioni. Insomma, la teoria evoluzionista, e tutte le problematiche che la affliggono (per esempio: come conciliarla con la genetica, che non ammette mutazioni causali se non per generare tumori e malattie? E come si spiega l'origine del linguaggio simbolico? E come è nata la coscienza? Come è sorto il senso religioso? Perché l'Uomo cerca un senso?) varie volte segnalate sul "Timone" [...], con i ritrovamenti di Dmanisi perde ora un altro glorioso pezzo.
di Umberto Fasol

domenica 9 febbraio 2014

GALILEO GALILEI: IL GENIO DELLA RIVOLUZIONE SPERIMENTALE

GALILEO GALILEI, UNO TRA I PIÙ GRANDI SCIENZIATI ITALIANI DELLA STORIA, INTRODUCE IL CONCETTO MATEMATICO DI SPIEGAZIONE DEI FENOMENI NATURALI: LA FUNZIONE DELLA SCIENZA DIVENTA UNO STUDIO SULLE LEGGI CHE REGOLANO IL COSMO E NON, COME FECE ARISTOTELE, CHE SI BASÒ SULLO STUDIO DELLE CAUSE DEI FENOMENI PER LA DETERMINAZIONE DEI LORO EFFETTI. SI FONDA UN NUOVO RAPPORTO QUINDI, TRA SCIENZA E TECNICA, MATEMATICA E LEGGI MECCANICHE






Buon compleanno Galileo. Il 15 febbraio 1564 nasceva a Pisa il grande scienziato che ha rivoluzionato l'approccio scientifico donando alla ricerca il metodo legato alla sperimentazione.
Padre della scienza moderna, Galileo Galilei è il gigantesco pensatore grazie al quale si diffuse un nuovo modo di fare scienza, fondato su un metodo solido non più basato sull'osservazione diretta della natura, bensì sull'utilizzazione degli strumenti scientifici. 
Nato a Pisa il 15 febbraio 1564 da genitori appartenenti a quella che oggi chiameremmo media borghesia (il padre è il musicista Vincenzo Galilei, la madre Giulia degli Ammannati), Galileo compie i primi studi di letteratura e logica a Firenze dove si trasferisce con la famiglia nel 1574. Nel 1581 per volere del padre si iscrive alla facoltà di medicina dell'Università di Pisa, ma per questa disciplina non mostrerà un vero interesse. Lasciata dunque l'università pisana fa armi e bagagli e ritorna a Firenze. Qui sviluppa una passione per la meccanica cominciando a costruire macchine sempre più sofisticate, approfondendo la matematica e compiendo osservazioni di fisica con la guida di Ostilio Ricci. Col passare del tempo formula alcuni teoremi di geometria e meccanica. Dallo studio di Archimede nel 1586 scopre la "bilancetta" per determinare il peso specifico dei corpi (la celebre bilancia idrostatica). Nel 1589 ottiene la cattedra di matematica all'Università di Pisa che manterrà fino al 1592; nel 1591 il padre Vincenzo muore lasciandolo alla guida della famiglia; in questo periodo si interessa al movimento dei corpi in caduta e scrive il "De Motu".
Nel 1593 Galileo viene chiamato a Padova dove la locale Università gli offre una prestigiosa cattedra di matematica, geometria e astronomia. Galileo accetta con entusiasmo e che vi rimarrà fino al 1610. 
Intanto nel 1599 conosce Marina Gamba, che gli darà tre figli: Maria Celeste, Arcangela e Vincenzio. È in questo periodo che comincia ad orientarsi verso la teoria copernicana del moto planetario, avvalorata dalle osservazioni effettuate con un nuovo strumento costruito in Olanda: il telescopio. Galileo apporterà poi  significativi miglioramenti allo strumento. Nel 1609 pubblicava la sua "Nuova astronomia", che contiene le prime due leggi del moto planetario.
A Padova con il nuovo strumento Galileo compie una serie di osservazioni della luna nel dicembre 1609; è il 7 gennaio 1610 quando osserva delle "piccole stelle" luminose vicine a Giove.
Nel marzo 1610 rivela nel "Sidereus Nuncius" che si tratta di quattro satelliti di Giove che battezzerà "Astri Medicei" in onore di Cosimo II de' Medici, Gran Duca di Toscana.
Soltanto in seguito, su suggerimento di Keplero, i satelliti prenderanno i nomi con i quali sono conosciuti oggi: Europa, Io, Ganimede e Callisto. La scoperta di un centro del moto che non fosse la Terra comincia a minare alla base la teoria tolemaica del cosmo. Le teorie astronomiche di Galileo Galilei vengono ben presto ritenute incompatibili con le verità rivelate dalla Bibbia e dalla tradizione aristotelica.
Una prima conseguenza è un'ammonizione formale del cardinale Bellarmino. Galileo  dopotutto non fa altro che confermare la teoria copernicana, teoria già conosciuta da tempo. L'Inquisizione ecclesiastica non sente ragioni, bolla come eretico questo impianto cosmologico e proibisce formalmente a Galileo di appoggiare tali teorie. Come se non bastasse il testo "De Revolutionibus Orbium Coelestium" di Copernico viene messo all'indice.
Nell'aprile del 1630 Galileo, si intimidito ma non a sufficienza per interrompere la sua straordinaria esplorazione scientifica, termina di scrivere il "Dialogo sui due Massimi Sistemi del Mondo", nel quale le teorie copernicana e tolemaica vengono messe dialetticamente a confronto, per poi naturalmente dimostrare la superiorità delle nuove acquisizioni scientifiche.
Concorda anche con il Vaticano alcune modifiche per poter far stampare l'opera, ma decide poi di farla stampare a Firenze, nel 1632. Arrivata nelle mani di Papa Urbano VIII, costui ne proibisce la distribuzione e fa istituire dall'Inquisizione un processo contro Galileo.  Lo scienziato, ormai anziano e malato, viene chiamato a Roma e processato (1633). Imprigionato e minacciato di tortura, Galileo viene costretto ad abiurare pubblicamente (umiliato indossava un rozzo sacco) e condannato alla prigione a vita. Si dice che nell'occasione Galileo mormorasse fra i denti "Eppur si muove". La pena venne poi commutata a quelli che oggi chiameremmo "arresti domiciliari": gli viene concesso di scontare la pena nella sua villa di Arcetri, vicino a Firenze, carcere ed esilio fino alla morte.
Questo colossale scienziato e pensatore a cui si devono i mattoni fondamentali del progresso scientifico così come lo conosciamo oggi, morì a Firenze il giorno 8 gennaio 1642, circondato da pochi allievi e nella quasi totale cecità. A Galilei si deve la legge del pendolo (il tempo delle oscillazioni è costantemente uguale, qualunque sia la loro ampiezza): chi si reca nella Cattedrale di Pisa può ancora oggi ammirare, sospesa alla volta altissima del tempio, la lampada che con le sue oscillazioni ispirò al giovane Galilei proprio l'invenzione del pendolo come regolatore di un movimento meccanico. Galileo Galilei è sepolto a Firenze, in Santa Croce, nel mausoleo dei sommi italiani.  Trecentocinquanta anni dopo la sua morte (1992) la Chiesa ha riconosciuto formalmente la grandezza di Galileo Galilei, "riabilitandolo" e assolvendolo dall'accusa di eresia.

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