giovedì 4 ottobre 2012
Come cominciò la lingua italiana: Francesco d'Assisi
"Non a caso quello che viene comunemente considerato il primo testo della letteratura italiana è una poesia..."
Oggi, 4 ottobre, la chiesa cattolica festeggia San Francesco d'Assisi. Tralasciando, però, i risvolti religiosi di uno dei più grandi santi della storia, analizziamo qui, invece, Francesco come autore del primo testo scritto in italiano, considerato tale:
il Cantico delle Creature del 1226.
Enorme fu poi l'influenza a livello artistico e letterario che produsse la figura di Francesco. Dagli affreschi di Giotto, ha ispirato praticamente tutti i grandi rappresentanti della pittura italiana (Caravaggio, Veronese, Tiziano, Cimabue, Guercino...), alla musica (Listz, Suter, Branduardi...) alla letteratura (Dante e molti scritti religiosi), al cinema, con vari film sulla sua vita, del presepe (rappresentato per la prima volta a Gubbio nel natale del 1223); oltre che, ovviamente, religiosa: con la fondazione della grande famiglia francescana, con l'ordine che prese il suo nome e
Francesco diventò modello di milioni di persone in tutto il mondo.
Francesco d'Assisi, uno degli uomini più interessanti di quel periodo, nasce nel 1182 e muore nel 1226. Figlio del mercante Pietro Bernadone, Francesco ebbe una discreta formazione letteraria, conosceva sia il latino che il francese e la sua letteratura. Per un tratto della sua vita si dedicò all'arte del commercio. Nel 1202 - 03 prese parte alla guerra tra Perugia e Assisi. Nel 1204, durante una malattia, cominciò ad insinuarsi nel suo animo il germe del cambiamento, lasciò ogni bene materiale e iniziò a predicare il Vangelo insieme ad alcuni suoi seguaci. Nel 1210 fondò l'ordine dei francescani elaborando in latino la Regula prima e secunda. Tali testi, insieme ai postumi Testamentum e Admonitiones, costituiscono la sua produzione ufficiale in lingua ciceroniana. L'opera di lui più sgnificativa resta senza dubbio il Cantico di Frate Sole o Cantico delle creature, dove, in una prosa ritmica in volgare umbro, rivela tutta la sensibilità francescana. Quest'opera è un vero inno alla Creazione, in essa Francesco riprese spunti biblici e liturgici per rielaborarli attraverso la propria spiritualità. Il testo rivela, inoltre, una concezione naturalistica positiva, che è in grado d'intereagire con l'uomo come stimolo nel cammino verso la salvezza. Anche la scelta del lessico, semplice e con costruzione strutturale lineare, rivela il favore dell'autore per immagini di forte contenuto cromatico, capaci di parlare all'immaginazione delle persone comuni. E per avvalorare ciò che si è espresso fino ad ora, si riportano qui le parole di due insigni studiosi della nostra letteratura. Il Petronio e il Sapegno, Il primo afferma: "La prima grande figura che incontriamo proprio sulla soglia della nostra letteratura del duecento è quella di San Francesco d'Assisi". Il secondo, invece, dichiara riferendosi al cantico: "il tipo di prosa ritmica e ritmata, che nella divisione irregolare dei versetti sembra rieccheggiare le forme della liturgia, non trova corrispondenza nella letteratura italiana contemporanea".
Cantico delle creature:
"Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
petialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
parafrasi:
"Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l'onore ed ogni benedizione. A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di menzionarti. Lodato sii mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno,e tu tramite esso ci illumini. Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia Altissimo la tua importanza. Lodato sii o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle. Lodato sii, mio Signore, per fratello vento,e per l'aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno, ogni tempo tramite il quale alle creature dai sostentamento. Lodato sii mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile,preziosa e pura. Lodato sii mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. E' bello, giocondo, robusto e forte.
Qui troverete una bellissima versione cantata, ascoltatela!
http://youtu.be/eCJU7iy5Lko
domenica 30 settembre 2012
CANTANTI ANNI '60: RITA PAVONE
colonna sonora finale del film argentino del 2004: "Le nove regine"
UN GRANDE
CAPITOLO TRADIZIONALE ITALIANO, SONO LE CANZONI DEGLI ANNI SESSANTA: GINO PAOLI, BOBBY SOLO, ADRIANO CELENTANO
(già visto nel blog nel maggio scorso), ALBANO, CATERINA CASELLI, MINA, SERGIO
ENDRIGO, GIGLIOLA CINQUETTI, LITTLE TONY, PATTY PRAVO, LUCIO BATTISTI, JIMMY
FONTANA, PEPPINO DI CAPRI, ORIETTA BERTI, NICO FIDENCO... SONO SOLO ALCUNI DEI
TANTI (FORSE TROPPI!) INTERPRETI DELLE CANZONETTE DI QUEL PERIODO, CHE HANNO
SEGNATO L'ITALIA IN MANIERA INDELEBILE...
OGGI PARLIAMO DI
RITA PAVONE
Nata a Torino il
23 agosto 1945, attrice e cantante italiana.
Frizzante e
vivace, quanto brava e determinata. L'eterna Giamburrasca della canzone
italiana, fin dagli Anni Sessanta spopola in mezzo mondo.
Figlia di un
siciliano, operaio della Fiat emigrato a Torino, di madre ferrarese, sogna lo
spettacolo fin da bambina. Quando, con tre fratelli e il solo stipendio
paterno, comincia ad esibirsi nei localini piemontesi. Animata da un unico
sogno: diventare una star. Detto fatto. La sua agguerrita determinazione, la fa
partecipare nel 1962, alla 1a Edizione della Festa degli Sconosciuti. Una
kermesse canora, organizzata dal cantante Teddy Reno, che la piccola grande
Rita vince. Conquistando da lì a poco, anche il cuore dell'organizzatore. Sposa
Teddy Reno nel 1968, da tempo suo manager oltre che innamorato. Hanno due
figli, Alessandro e Giorgio. Quest'ultimo musicista.
Poco dopo il suo
esordio raggiunge un'incredibile popolarità nazionale e internazionale. Escono
uno dietro l'altro alcuni singoli di enorme successo: La partita di pallone e
Sul cucuzzolo (scritte da Edoardo Vianello), Alla mia età, Come te non c’è
nessuno, Cuore (versione italiana della hit statunitense Heart), Il ballo del
mattone, Non è facile avere 18 anni, Datemi un martello (cover su testo di
Sergio Bardotti di If I Had a Hammer), Che m’importa del mondo.
È protagonista,
nel 1964, dello sceneggiato televisivo Il giornalino di Gian Burrasca, tratto
dal celebre romanzo per ragazzi di Vamba e diretto da Lina Wertmüller, con
musiche di Nino Rota orchestrate da Luis Enriquez Bacalov. Sigla di questo
autentico cult televisivo è il brano Viva la pappa col pomodoro, la cui registrazione
si avvarrà della cetra di Anton Karas. Questa canzone verrà incisa dalla Pavone
in molte lingue: The Man Who Makes The Music nel Regno Unito, Ich Frage Mainen
Papa in Germania e Que ricas son la papas in Spagna e nei paesi di lingua
spagnola.
Sempre nello
stesso anno, la sua popolarità meritò le attenzioni di Umberto Eco nel suo
saggio intitolato Apocalittici e Integrati. Nel 1965 vince il Cantagiro con
Lui. Seguono numerose altre hit a 45 giri: Solo tu, Stasera con te, sigla del
programma televisivo "Stasera Rita" per la regia di Antonello Falqui,
Qui ritornerà, Il geghegé, altra sigla delle cinque puntate che la videro
protagonista a Studio Uno del 1966, Fortissimo, La zanzara, Gira gira, Questo
nostro amore.
In questi anni è
protagonista anche di alcune pellicole cinematografiche appartenente al filone
successivamente chiamato dei musicarelli : film dagli incassi miliardari furono
Rita, la figlia americana (1965) con Totò e la regia di Piero Vivarelli; Rita
la zanzara (1966) con Giancarlo Giannini e la regia di Lina Wertmuller; Non
stuzzicate la zanzara (1966), con Giancarlo Giannini e Giulietta Masina, sempre
per la regia di Lina Wertmuller.
Nel 1967, Rita
Pavone vince il Cantagiro con "Questo nostro amore", scritto da Luis
Enriquez Bacalov e Lina Wertmuller e tema del film "Non stuzzicate la
Zanzara". Nel 1967 escono Little Rita nel West (con 33 giri omonimo per la
RCA), film con Terence Hill e la regia di Ferdinando Baldi, e La
Feldmarescialla, sempre con Terence Hill e la regia di Steno.
SUCCESSI
ALL'ESTERO
Solo nei primi
dieci anni di carriera, l'artista si esibisce assieme ai cantanti più famosi
nei luoghi più celebri: dalla Carnegie Hall di New York all'Olympia di Parigi.
Persino Elvis Presley vuole conoscerla.
Le sue canzoni
raggiungono persino il difficile e diverso mercato americano e britannico:
entrando addirittura in classifica.
Sfolgorante è
stata quindi la popolarità di Rita Pavone a livello internazionale. Si può
giustamente definirla la capostipite di una strada percorsa oggi da molti
nostri artisti italiani, Pausini in testa, e tenendo presente che stiamo
parlando degli anni sessanta. Molte sono le etichette per le quali Rita incide:
Decca nel Regno Unito; Teldec e Polydor in Germania; Barclay, RCA e Phonogram
in Francia ed infine, RCA Victor per gli Stati Uniti, Giappone e tutto il Sud
America.
Negli Stati
Uniti è stata cinque volte ospite della trasmissione Ed Sullivan Show (CBS),
trasmesso live da costa a costa. In una puntata Rita Pavone vi appare sul
cartellone quale terzo nome dopo Duke Ellington ed Ella Fitzgerald. Seguono
altri spettacoli televisivi come Hullabaloo e Shindig che la vedono agire sul
palco insieme a nomi mitici dello spettacolo mondiale quali: The Beach Boys,
Marianne Faithfull, Orson Welles, The Animals, The Supremes.
La RCA Victor
Americana pubblicherà 3 Album di Rita Pavone distribuiti nel mondo intero: The
International Teen-Age Sensation, il cui singolo, Remember Me resterà per 10
settimane nelle classifiche 100 del Cashbox e del Billboard, le Bibbie della
musica mondiale, arrivando alla 26ª posizione della classifica; segue il 33
Small Wonder, entrambi incisi negli Studi della RCA Victor in New York, ed
infine Rita Pavone, registrato interamente a Nashville, e il cui produttore è
nientemeno che il grande chitarrista Chet Atkins. In quell'occasione Rita
Pavone si avvarrà di musicisti come Floyd Cramer, Al Hirt e il coro di Anita
Kerr, quest'ultimo presente in moltissimi dischi del grande Presley (durante il
lungo soggiorno, Rita avrà modo di conoscere personalmente Elvis Presley e
Brenda Lee, due suoi grandi idoli). Presley le regalerà in ricordo un suo
ritratto con dedica. Grazie a questo personale successo, il 20 marzo 1965, Rita
Pavone si esibirà per la prima volta in concerto a New York nella magica Carnegie
Hall, e per l'occasione a presentarla sarà Ed Sullivan in persona, in un teatro
strapieno di fans super entusiasti, come scrive a tal proposito, in un
bellissimo articolo, il quotidiano Herald Tribune recensendo il concerto.
Nel Regno Unito
nel 1966 il singolo Heart, nell'originale lingua inglese, regalerà a Rita
Pavone un 12 mo posto nelle classifiche britanniche e una permanenza di nove
settimane. Altro ottimo posizionamento, 14º posto, le verrà da You Only You nel
1967 - versione in inglese della italianissima Solo tu, firmata originalmente
da Bacalov e Lina Wertmuller, ma che in inglese si avvale della brillante penna
di Norman Newell, che firmò la mitica More di Riz Ortolani. Numerosi anche nel
Regno Unito i programmi televisi che la vedranno in scena con Tom Jones, Cilla
Black e Donovan. Inoltre, sempre nel 1967, negli studi televisi londinesi della
BBC, verrà realizzato un intero special sulla Pavone dal titolo Segni
personali: lentiggini, con ospite d'onore il gruppo degli Herman Hermits. Per l'occasione, Rita Pavone verrà accompagnata dal
gruppo dei Collettoni.
Enorme è la
discografia di 45 giri e albums che vede presente Rita Pavone nel mercato di
lingua tedesca e, spessissimo, tra le prime dieci canzoni più vendute. È del
1964 il suo primo 45 giri di successo in lingua tedesca: Wenn Ich ein Junge
War, questo è il titolo che porta Rita Pavone in vetta alle classifiche
tedesche con mezzo milione di copie vendute (negli anni settanta Nina Hagen
riproporrà il brano in una reinterpretazione pedissequa all'originale che
presenterà spessissimo nei suoi concerti). Altro primo posto per Rita Pavone
verrà nel 1969 con Arrivederci Hans (800.000 copie vendute solo in Germania).
Per non parlare poi della popolarità della Pavone in Argentina, Brasile, Spagna
e Giappone, la cui discografia è molto ampia.
In Francia, dopo
un fortunato ma piccolo approccio datato 1963 con Coeur, 45 giri EP prodotto
dalla Barclay, e con il brano Clementine Cherie che sarà il tema principale del
film francese omonimo starring Philippe Noiret, Rita Pavone sale finalmente sul
podio delle classifiche francesi nel 1972 piazzandosi al 2º posto dei dischi
più venduti con Bonjour la France ("La suggestione"), brano scritto
per lei da Claudio Baglioni che le fa vendere 650.000 copie solo in Francia, e
le apre, per un mese intero, le porte magiche del grande teatro Olympia di
Parigi.
Nel 1973 viene
costituito L'International Rita Pavone Fans Club, attualmente molto attivo.
Esiste persino un organo ufficiale di stampa del Fans Club, chiamato Pavonissimo,
accompagnato dalle fanzine bimestrali intitolate Fortissimo. La Pavone ha una
propria etichetta discografica, con la quale ha pubblicato quattro cd con sue
canzoni inedite.
Per i
navigatori, si segnala l'Official Web Site, completo e divertente,
all'indirizzo www.ritapavone.it
venerdì 28 settembre 2012
LA VERA RICETTA DEL LIMONCELLO
IL LIMONCELLO
Per la preparazione del caratteristico liquore
limoncello, l’ingrediente essenziale è ovviamente il limone, che dovrebbe
essere di Sorrento, quindi dalla forma ellittica, dalle dimensioni medio-grosse
e dalla buccia ricca di oli essenziali, molto spessa, rugosa e color giallo
citrino.
La storia del limoncello è attraversata da molte
leggende e diversi aneddoti, e la invenzione è contesa da sorrentini,
amalfitani e capresi: comunque, a registrare per primo il marchio «Limoncello»
nel 1988, fu l’imprenditore Massimo Canale, e a Capri, molti sostengono che la
sua nascita sia legata alle storia di questa famiglia; pare infatti che questo
liquore nacque nei primi del ‘900 da una ricetta della nonna, Maria Antonia
Farace.
La preparazione del Limoncello è semplice ma bisogna
praticarla con meticolosità, e se bene osservata, in poco più di um mese questo profumatissimo liquore giallo
dall’aroma deciso, potrà essere gustato, il più delle volte come digestivo, ma
anche sui dolci o nelle macedonie.
Ingredienti
Acqua 1 litro e 1/2
Alcol puro a 95° 1 litro
Limoni 10 medio-grossi non
trattati
Zucchero 1,0 kg
Cannella una spruzzata
Chiodi di garofano 2
■ PREPARAZIONE
Lavate i limoni in acqua tiepida e spazzolateli per
ripulirli da eventuali residui.
Sbucciateli con un pela patate, per evitare di
togliere anche la parte bianca della buccia (che risulta amara), mettete le
scorze su un tagliere e riducetele a piccole listarelle; mettetele poi a
macerare per una settimana insieme a 750 ml di álcool, i chiodi di garofano e
la cannella, in un contenitore di vetro (vaso o brocca) chiuso ermeticamente,
in un luogo buio e fresco.
Passati i sette giorni, portate ad ebollizione
l’acqua e unitevi lo zucchero, mescolando fino al suo scioglimento; a questo
punto lasciate raffreddare lo sciroppo ottenuto, e poi versatelo, insieme agli
altri 250 ml di alcool, nel contenitore contenente le scorze in infusione.
Chiudete di nuovo il contenitore e lasciatelo riposare per altri 30 giorni
sempre al buio. Trascorso questo periodo, aprite il contenitore, filtrate il
tutto, mettetelo in bottiglia e riponetelo in freezer, e….buona degustazione.
■ CONSIGLIO
Per la preparazione del limoncello, si consiglia
l’utilizzo di alcool di ottima qualità, anche per evitare che il liquore, una
volta nel freezer, si trasformi in ghiaccio.
■ CURIOSITA'
Il modo in cui i limoni vengono tradizionalmente
coltivati nella costiera amalfitana, consiste nel far crescere le piante
mediante impalcature formate da pali di castagno che superino i tre metri di
altezza, e collocando il fusto delle piante al riparo dall'azione degli agenti
atmosferici che potrebbero rovinare la perfetta maturazione dei frutti. La raccolta
dei limoni è fatta a mano, in modo da evitare che i frutti tocchino il suolo,
ed è solitamente effettuata nel periodo da febbraio ad ottobre.
MI RACCOMANDO, DITEMI COM'È VENUTO....
mercoledì 26 settembre 2012
RINGRAZIAMENTI...
AMICI E... FIGLIE!
DA QUANDO IO E LE MIE FIGLIE SIAMO ARRIVATI IN
BRASILE, MOLTI SONO STATI GLI ATTESTATI DI STIMA
E DI AMICIZIA: COLLEGHI, ALUNNI E CONOSCENTI,
SI SONO RIVELATI UNA RISORSA GRANDE E UN
APPOGGIO INAMOVIBILE PER NOI.
DOPO LE DISAVVENTURE FAMILIARI DEL 2010,
SEMPRE PIÙ PERSONE SI SONO AVVICINATE IN TUTTI
I MODI, FACENDOCI SENTIRE IL LORO AFFETTO E
CALORE.
PER ULTIMO, UN FAMOSO MEDICO, CHE HA
PERMESSO CON I SUOI SUPPORTI INFORMATICI E LA
SUA GENEROSITÀ, LA VICINANZA E LA CORDIALITÀ,
DI POTER CONTINUARE IL LAVORO CHE PORTO
AVANTI SEMPRE CON TANTO ENTUSIASMO.
RINGRAZIO PERCIÒ, VOI TUTTI, PER LA GRANDE
AMICIZIA CHE CI DIMOSTRATE SEMPRE IN QUALSIASI
OCCASIONE. AVETE UN GRANDE SPAZIO NEL MIO
PICCOLO CUORE, PIENO DI GIOIA PER LA VOSTRA
COSTANTE PRESENZA E LE CONTINUE PIACEVOLI
SORPRESE.
FELICISSIMO DI ESSERE IN BRASILE, AD ARACAJU,
INSIEME A VOI, E AI MIEI QUATTRO TESORI,
QUOTIDIANAMENTE.
GRAZIE.
BRUNO BONGINI
FERRARI: IL MITO ITALIANO CHE CORRE
video tratto dal blog dell'amico De gennaro
FERRARI UN NOME,
UN MITO !!!
L'INGEGNERIA ITALIANA È DA SEMPRE AI PRIMI POSTI DEL SETTORE AUTOMOBILISTICO, AEROSPAZIALE, DI PROGETTAZIONE E DESIGN.
La Ferrari è la casa più prestigiosa casa
produttrice italiana di automobili da corsa e di vetture sportive d'alta
fascia. Il simbolo (il "cavallino rampante") è quello dell'aviatore
emiliano della Prima Guerra Mondiale Francesco Baracca (1888-1918), che fu
ceduto personalmente dalla madre a Enzo Ferrari come portafortuna.
La sua nascita è spesso fatta coincidere - anche se
a rigore sarebbe errato - con la fondazione da parte di Enzo Ferrari della
Scuderia Ferrari nel 1929 a Modena. L'imprecisione in questa affermazione
risiede nel fatto che, inizialmente, la Scuderia Ferrari non produceva
automobili, ma sponsorizzava i piloti e realizzava le vetture per le corse
utilizzando automobili di marca Alfa Romeo.
Per essere più rigorosi, l'azienda nasce
ufficialmente il 1 settembre 1939 con il nome di Auto Avio Costruzioni; i suoi
primi incarichi sono la costruzione di rettificatrici e di parti per velivoli.
La prima vettura costruita è la Auto Avio 815, nel 1940,
mentre solamente nel 1947 nasce il modello "125
S", la prima automobile che porti sul cofano il nome Ferrari.
Nel 1957 assume ufficialmente la denominazione Auto
Costruzioni Ferrari, per diventare SEFAC (Società Esercizio Fabbriche
Automobili e Corse) SpA il 26 maggio 1960 e Ferrari SpA nel 1965.
Nel 1975 la Ferrari S.p.A. entra a far parte del
gruppo Fiat. Nel 1988, alla scomparsa di Enzo Ferrari, il pacchetto azionario
passa per il 90% alla FIAT, mentre la parte restante appartiene al figlio Piero
Lardi Ferrari, che rimane anche all'interno del team aziendale come vice
presidente. Nel 2006 il 5% di azioni è stato acquisito da una società
finanziaria degli Emirati Arabi Uniti che sta promovendo la costruzione del
primo parco a tema del cavallino rampante negli Emirati Arabi Uniti. Luca
Cordero di Montezemolo, attuale presidente di Confindustria, è il Presidente e
del gruppo Ferrari e del gruppo Fiat; la sede dell'azienda è attualmente a Maranello,
sempre in provincia di Modena.
Nell'anno fiscale 2005 la Ferrari ha venduto 5409
vetture (+8,7% dall'anno precedente) per un fatturato di 1,5 miliardi di euro.
Quando iniziò l'attività della Scuderia Ferrari nel 1929, il suo fondatore -
Ferrari, appunto - non intendeva produrre autovetture: si dedicò piuttosto a
sponsorizzare i guidatori amatoriali della sua città, Modena. Preparò e portò
in gara con successo numerose vetture Alfa Romeo fino al 1938, quando fu
ufficialmente ingaggiato dalla stessa Alfa come direttore del proprio reparto
corse.
Storia dal
1937 al 1961
Dopo la liquidazione della Scuderia Ferrari (30
dicembre 1937) e la nomina a direttore sportivo dell'Alfa Corse, Enzo Ferrari
ebbe forti divergenze di opinioni coi vertici della casa milanese, tanto da
abbandonarla nel corso del 1939. Dal momento che per contratto gli era vietato
di partecipare a delle gare automobilistiche per alcuni anni, egli fondò il 1°
settembre 1939 una ditta denominata Auto Avio Costruzioni, che produceva
macchinari ed accessori per l'aviazione. Ma già l'anno successivo Ferrari
produsse un'automobile da corsa, la AUTO AVIO Tipo 815 nel periodo nel quale
non poteva gareggiare né produrre automobili riportanti il suo nome.
Questa è la prima vera Ferrari, che tuttavia, a
causa della seconda guerra mondiale ebbe scarsamente modo di gareggiare. Nel
1943 la fabbrica della Ferrari si trasferì da Modena a Maranello, dove si trova
tuttora. La fabbrica fu bombardata nel 1944 e ricostruita nel 1946 con
l'aggiunta di una linea di produzione per le autovetture sportive non da corsa.
"Scuderia Ferrari" ha letteralmente il
significato di stalla per i cavalli dal momento che l'emblema è il cavallino
rampante; l'intera squadra viene frequentemente denominata "Team
Ferrari". La prima vettura da strada prodotta da Ferrari nel 1947 fu il
modello 125 Sport, con motore V12 da 1,5 litri;
Enzo con riluttanza dovette costruire e vendere le
sue automobili per finanziare la Scuderia. Mentre le sue belle e velocissime
automobili guadagnavano rapidamente l'eccellente reputazione, Enzo mantenne
sempre una certa avversione per i propri clienti, forse perché avvertiva che
molti di loro acquistavano le sue macchine solo per una questione di prestigio
e non per sfruttarne a fondo le prestazioni.
La crisi del 1961
La forte personalità di Enzo Ferrari aiutò spesso la
sua società; tuttavia, nel corso della storia della Ferrari, causò qualche
tensione interna. L'apice di questi dissidi ci fu nel novembre 1961, quando il
responsabile vendite della società, Girolamo Gardini, si irritò per il
coinvolgimento della moglie di Enzo, Laura, all'interno degli affari della
Ferrari. I due litigarono spesso, ma la loro discussione divenne una crisi
quando Gardini minacciò di lasciare la compagnia, qualora le tensioni fossero
continuate.
Enzo mantenne una dura linea di comportamento.
Gardini venne licenziato, come il manager della Scuderia Ferrari, Romolo
Tavoni, il capo-ingegnere Carlo Chiti, il capo-ingegnere per lo sviluppo
tecnologico, Giotto Bizzarrini, e numerosi altri lavoratori. Tutti questi
personaggi furono per l'azienda una terribile perdita, che mise a rischio la
sopravvivenza dell'azienda. In effetti, quelli che erano stati licenziati
fondarono immediatamente una nuova compagnia, l'ATS (sigla per "Automobili
Turismo e Sport"), per competere direttamente con la Ferrari sia per le
automobili da strada che per quelle da competizione.
Questo "grande sciopero" portò delle
grandi difficoltà per la Ferrari. La compagnia stava sviluppando un modello 250
per difendere il suo onore contro la Jaguar E-Type. Lo sviluppo di
quest'automobile, la 250 GTO, rese evidenti alcune difficoltà derivanti dalla
perdita dei tecnici specializzati.
In questa situazione, furono importantissimi due
personaggi: un giovane ingegnere, Mauro Forghieri, e un veterano delle corse
automobilistiche, Sergio Scaglietti. Forghieri progettò il motore della GTO,
Scaglietti il corpo della vettura. Durante il Gran Premio di Sebring, Florida,
Phil Hill, alla guida della Ferrari 250 GTO, si piazzò al primo posto. La
vettura continuò a vincere nel 1962, spazzando via la concorrenza della Jaguar
e divenendo una delle più famose auto da corsa della storia, portando alla
società enormi guadagni, rispetto alla precedente decade. Negli anni
successivi, grazie al talento ingegneristico di Forghieri, la Ferrari produsse
altri due modelli leggendari, la 275 GTB e la Daytona (qui nella foto).

Dal 1963 al 1968
La Shelby Cobra, con motori V8, gareggiò con le
Ferrari nel primi anni sessanta. Inoltre, la Ford tentò di acquistare la
società, ma non venne mai raggiunto alcun accordo; Ford GT40, nel 1967, pose
fine al dominio dei Prototipi Ferrari nella 24 ore di Le Mans.
Alla fine del 1967, la FIA vietò i prototipi di
cilindrata sopra i 3000 cc; questa decisione riguardava soprattutto i modelli
Ferrari 330P .
Nel 1968, la Scuderia non prese parte ad alcuna
competizione sportiva, per protestare contro il decreto.
Dal 1968 al 1971
In questi anni entrò a far parte della sfera delle
case automobilistiche la Porsche. Questa iscrisse 3 nuove auto da corsa nelle
competizioni, nel 1968 (come la Porsche 908), mentre la Ferrari correva con la
312P solo in poche occasioni, nel 1969. Nel marzo di quell'anno, la
presentazione della Porsche 917, costruita in una serie composta da 25
esemplari, sorprese anche la Ferrari, che rispose, sul finire dello stesso
anno, con la produzione di 25 Ferrari 512S, finanziata da introiti dovuti ad un
accordo con la FIAT.
Il 1970 vide leggendarie battaglie in pista tra i
due team, con l'iscrizione di numerose vetture per entrambe le case
automobilistiche; la Porsche vinse tutte le gare, eccetto la 12 ore di Sebring,
dove prevalsero Ignazio Giunti, Nino Vaccarella e Mario Andretti sulla Ferrari
512S. Nel 1971, per preparare la nuova Ferrari 312PB per la stagione del 1972,
dove erano ammesse solo auto di classe 3 litri, decise di rinunciare alla
Ferrari 512S.
Dal 1972 al 1988
La Ferrari 312PB dominò il Campionato del Mondo
delle auto sportive nel 1972 contro i rivali della Alfa Romeo, mentre la
Porsche non prese parte al campionato in seguito al cambiamento di alcune
regole, mentre la Matra gareggiava solo nella 24 ore di Le Mans, vincendovi.
Nel 1973, il team Matra gareggiò nell'intero
campionato mondiale, vincendo 5 gare, prevalendo sulla Ferrari che aveva
collezionato solo due vittorie; l'Alfa Romeo non gareggiò in quell'anno.
Quando Enzo morì nel 1988, Ferrari divenne un mito.
Il valore delle auto usate crebbe enormemente, così come la vendita dei nuovi
modelli.
Oggi
Nel 2004, FIAT possedeva il 56% di Ferrari,
Mediobanca il 15%, Commerzbank il 10%, Lehman Brothers il 7%, mentre il figlio
di Enzo, Piero Ferrari il 10%.
Le vetture
Le autovetture Ferrari, notevoli per lo stile
raffinato, opera di illustri progettisti e designer, quali Pininfarina, sono da
molto tempo oggetto del desiderio per ricchi e giovani di tutto il mondo,
particolarmente negli Stati Uniti, dove il marchio ha riscosso particolarmente successo,
ma anche nei nuovi mercati dell'Est e dell'Oriente. Altri designer e case che
hanno lavorato per Ferrari durante gli anni comprendono Scaglietti, Bertone e
Vignale.
I motori impiegati nelle autovetture Ferrari sono
prevalentemente dei piccoli V8 e V12, che fino all'introduzione negli anni
ottanta dell'iniezione elettronica diretta, erano abbastanza capricciosi e
instabili. Una certa reputazione di inaffidabilità e tecnica veniva comunque
descritta come "carattere" dagli appassionati e dagli entusiasti.
Le corse
La vera passione di Enzo Ferrari, nonostante gli
ottimi affari derivanti dalla vendita di autovetture, è stata sempre la corsa.
La sua Scuderia era iniziata come uno sponsor indipendente per piloti di varie
macchine, ma divenne presto parte del team corse dell'Alfa Romeo. Dopo l'uscita
di Enzo Ferrari dall'Alfa, egli iniziò a progettare e produrre vetture per
proprio conto; il team Ferrari apparve per la prima volta sulla scena di gran
premi europei dopo la fine della seconda guerra mondiale.
La prima monoposto costruita dalla Ferrari, la
"125", debutta al Gran Premio d'Italia il 5 settembre 1948 a Torino,
pilotata dal francese Raymond Sommer che si qualifica terzo alle spalle di
Wimille (Alfa Romeo) e Villoresi (Maserati).
La Scuderia aderì al Campionato del mondo di Formula
1 nel primo anno della sua esistenza, il 1950. Fece il suo debutto al Gran
Premio di Monaco. José Froilan González diede al team la sua prima vittoria nel
Gran Premio di Gran Bretagna del 1951. Alberto Ascari ottenne per la Ferrari il
primo titolo di Campione del mondo l'anno successivo.
La Ferrari è, ad oggi, l'unico team ad aver
partecipato a tutte le edizioni del Campionato del Mondo di Formula 1 e,
soprattutto, quello con il maggior numero di successi: vanta il record di 15
titoli di Campione del mondo piloti, (conseguiti nel 1952, 1953, 1956, 1958,
1961, 1964, 1975, 1977, 1979, e dal 2000 al 2004, e nel 2007), e il record di
15 titoli di Campione del mondo costruttori (1961, 1964, 1975, 1976, 1977,
1979, 1982, 1983, dal 1999 al 2004 e 2007) e il record di 201 vittorie in un
Gran Premio (aggiornato al 21 ottobre 2007).
Tra i piloti famosi che hanno corso per la
"Rossa" Tazio Nuvolari, Juan Manuel Fangio, Alberto Ascari, Phil
Hill, Mike Hawthorn, John Surtees, Niki Lauda, Jody Scheckter, Gilles
Villeneuve, Alain Prost, Nigel Mansell, Michael Schumacher, Kimi Raikkonen e
Fernando Alonso.
Il "Cavallino Rampante"
Il logo Ferrari, famoso in tutto il mondo, è il
cavallino rampante su fondo giallo, con in basso le lettere S F per Scuderia
Ferrari, con tre strisce, una verde, una bianca e una rossa, colori nazionali
italiani, in alto. Questo è il logo che viene applicato su tutte le auto da
competizione direttamente supportate dalla scuderia. Il cavallino rampante era
originariamente l'emblema personale del Maggiore Francesco Baracca, che l'asso
della 1ª Guerra Mondiale faceva dipingere sulle fiancate dei suoi velivoli. Sul
colore esatto del cavallino di Baracca esiste un piccolo mistero. Sembra
infatti accertato che il colore originario del cavallino fosse il rosso, tratto
per inversione dallo stemma del 2° Reggimento "Piemonte Reale
Cavalleria" di cui l'asso romagnolo faceva parte, e che il più famoso
colore nero fu invece adottato in segno di lutto dai suoi compagni di squadriglia
solo dopo la morte di Baracca.
Il 17 giugno 1923 Enzo Ferrari vinse una corsa
all'autodromo di Savio, vicino a Ravenna, e in quell'occasione incontrò la
contessa Paolina, madre di Baracca. La contessa propose a Ferrari di utilizzare
il cavallino sulle sue macchine, sostenendo che avrebbe portato fortuna;
tuttavia la prima corsa nella quale l'Alfa permise di utilizzare il cavallino
sulle macchine della Scuderia fu la 24 ore di Spa del 1932. La Ferrari vinse.
Non ha mai trovato fondamento, invece, la teoria
secondo cui il simbolo fosse stato ispirato da un aereo tedesco che Francesco
Baracca aveva abbattuto durante la Prima Guerra Mondiale. Su questo aereo era
dipinto, infatti, il simbolo della città di Stoccarda: una cavalla rampante,
che è anche lo stemma della famosa Porsche che ha sede nella città tedesca.
L'aviatore italiano, recatosi sul luogo dove era precipitato il velivolo
nemico, avrebbe visto tale simbolo e gli piacque tanto da decidere di
disegnarlo sulla carlinga del proprio aereo. Se questa speculazione fosse
corretta, lo stemma della Ferrari sarebbe lo stesso della Porsche.
Ferrari utilizzò un cavallino rampante ampiamente
modificato rispetto al disegno originario (soprattutto nella coda, che nel
cavallino di Baracca puntava verso il basso), aggiungendo un fondo giallo
canarino, che era il colore della sua città natale, Modena.
Il cavallino rampante non è stato utilizzato
unicamente dal marchio Ferrari: Fabio Taglioni lo usò sulle sue motociclette
Ducati. Il cavallino rampante è un
marchio registrato della Ferrari.
Rosso Corsa
Fin dagli anni venti, le automobili da corsa
italiane, come Alfa Romeo, Maserati e, in seguito, anche Ferrari e Abarth
vennero (e ancora oggi è così) verniciate di un particolare tipo di rosso, il
Rosso Corsa. Questo è il consueto colore per le vetture italiane, che
gareggiano in campionati automobilistici, in base ad un provvedimento, preso
durante le due guerre mondiali, dall'associazione che in seguito verrà chiamata
FIA. In questo schema, le auto francesi, come la Bugatti sono blu, le tedesche,
come la BMW e la Porsche argento, eccetera.
In questo sito, potete trovare una piccola storia della Ferrari
in Formula 1:
http://www.racing.it/f1/teams/storiaferrari.htm
venerdì 14 settembre 2012
DINO BUZZATI: IL KAFKA NOSTRANO
DINO BUZZATI, IL SENTIMENTO DISPERATO.
CONTINUIAMO IL NOSTRO VIAGGIO TRA I LETTERATI ITALIANI, CONOSCENDO IL COSIDDETTO KAFKA ITALIANO.
Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno. Sin dalla giovinezza si manifestano in lui gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali resterà fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte e non bisogna dimenticare che in futuro scriverà anche alcuni libretti d'Opera), il disegno, e la montagna, vera compagna dell'infanzia, a cui è anche dedicato il suo primo romanzo, "Barnabo delle montagne".
A soli quattordici anni rimane orfano dell'amato padre, il quale si spegne a causa di un tumore al pancreas. L'evento sconvolge così tanto il piccolo Buzzati che per molto tempo vivrà nell'ossessione di essere colpito dallo stesso male. Svolti i regolari studi, nei quali si dimostra bravo e diligente, ma nulla più, si reca nella caserma della sua città per svolgere il servizio militare: sei mesi di scuola allievo ufficiale, tre mesi da sottufficiale (sergente) e quattro mesi da sottotenente.
Scrittore in erba, fin dalla giovinezza tiene un diario dove si abitua ad annotare opinioni e avvenimenti. Dentro di lui, infatti, prende sempre più corpo il desiderio e il sogno di dedicarsi professionalmente a qualunque mestiere che prevedesse la scrittura. E' assai attirato ad esempio dal giornalismo ed ecco che, nel Luglio del 1928, ancor prima di concludere gli studi in legge, entra come praticante al "Corriere della Sera". Dopo la laurea, invece, inizia la collaborazione al settimanale "Il popolo di Lombardia" mentre poco dopo esce il già citato "Barnabo delle montagne", che ottiene un buon successo. La stessa sorte, purtroppo, non accade alla sua seconda prova narrativa, "Il segreto del Bosco Vecchio", accolto con sostanziale indifferenza.
Nel gennaio del 1939 consegna il manoscritto del suo capolavoro, del suo libro più amato e conosciuto, quel "Il deserto dei Tartari" che diverrà un emblema della letteratura del Novecento. Il romanzo è la storia di un giovane militare, Giovanni Drogo, che inizia la propria carriera nella fortezza Bastiani, che sorge isolata ai confini di un immaginario regno e in un'epoca non precisata. Se inizialmente, per Drogo, quella fortezza è un luogo chiuso, inospitale e che non gli offre alcun futuro, col passare del tempo vi si abitua , fino a non volerla (e non poterla) più lasciare, sia a causa della perdita di contatti col resto del mondo, sia per la continua speranza che un giorno i Tartari, dal deserto, attacchino la fortezza. E' chiaro dunque che in tale romanzo è fondamentale l'allegoria che vi è sviluppata, sebbene non siano mai abbandonate la verosimiglianza delle situazioni e l'attenta descrizione di personaggi che diventano quasi dei tipi.
La vita di Drogo simboleggia la vita umana, che è incalzata dal passare del tempo e dalla solitudine, in un mondo, rappresentato dalla fortezza, fatto di leggi assurde e speranze inutili. Altro punto messo in rilievo da Buzzati è come gli uomini continuino ad ingannarsi: Drogo si ripete in continuazione che "l'importante è ancora da cominciare", e continua ad alimentare le sue speranze sebbene nulla le suffraghi. Buzzati sembra dirci, con questo romanzo, che per l'uomo è meglio desiderare poco, che si sappia accontentare, poichè il mondo, il gioco della vita, concedono poco e sono pronti a disilludere le più spericolate o nobili ambizioni.
Il primo lettore che riceve il manoscritto è l'amico Arturo Brambilla che, dopo un'entusiastica lettura, lo passa a Leo Longanesi, il quale stava preparando una nuova collezione per Rizzoli denominata il "Sofà delle Muse". Su segnalazione di Indro Montanelli, questi ne accetta la pubblicazione; tuttavia, in una lettera, Longanesi prega l'autore di cambiare il titolo originario "La fortezza", per evitare ogni allusione alla guerra ormai imminente. In seguito, Buzzati si imbarca a Napoli sulla nave Colombo e parte per Addis Abeba, come cronista e fotoreporter, inviato speciale del "Corriere della Sera". E' il 1939 e la seconda guerra mondiale è alle porte. L'anno successivo, infatti, parte dallo stesso porto come corrispondente di guerra sull'incrociatore Fiume. Partecipa così seppure come testimone, alle battaglie di Capo Teulada e di Capo Matapan ed alla seconda battaglia della Sirte, inviando i suoi articoli al giornale. Sarà sua anche la "Cronaca di ore memorabili" apparsa sulla prima pagina del "Corriere della Sera" il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione.
Nel 1949 esce il volume di racconti "Paura alla Scala" e nel giugno dello stesso anno è inviato dal "Corriere della Sera" al seguito del Giro d'Italia. Nel 1950 l'editore Neri Pozza di Vicenza stampa la prima edizione degli 88 pezzi di "In quel preciso momento", una raccolta di note, appunti, racconti brevi e divagazioni mentre, quattro anni dopo, esce il volume di racconti "Il crollo della Baliverna", col quale vincerà, ex aequo con Cardarelli, il Premio Napoli.
Nel gennaio 1957 sostituisce temporaneamente Leonardo Borgese come critico d'arte del "Corriere". Lavora anche per la "Domenica del Corriere", occupandosi soprattutto dei titoli e delle didascalie. Compone alcune poesie, che entreranno a far parte del poemetto "Il capitano Pic". Nel 1958 escono "Le storie dipinte", presentate in occasione della personale di pittura dello scrittore inaugurata il 21 novembre alla Galleria Re Magi di Milano.
L'8 giugno del 1961 muore la madre e due anni dopo egli scriverà la cronaca interiore di quel funerale nell'elzeviro "I due autisti". Seguono anni di viaggi come inviato del giornale. L'8 dicembre 1966 sposa Almerina Antoniazzi, la donna che, seppure alla lontana e in un'ottica romanzata, gli aveva ispirato il tormentato "Un amore".
Nel 1970 gli viene assegnato il premio giornalistico "Mario Massai" per gli articoli pubblicati sul "Corriere della Sera" nell'estate 1969 a commento della discesa dell'uomo sulla Luna. Il 27 febbraio 1971 viene rappresentata a Trieste l'opera in un atto e tre quarti del maestro Mario Buganelli dal titolo "Fontana", tratta dal racconto "Non aspettavamo altro".
L'editore Garzanti pubblica, con l'aggiunta di didascalie, gli ex-voto dipinti da Buzzati "I miracoli di Val Morel" mentre, presso Mondadori esce il volume di racconti ed elzeviri "Le notti difficili".
Intanto, prosegue in maniera intensa anche la sua attività di pittore ed illustratore, passione sempre sotterranea che non aveva mai abbandonato. Malgrado il suo sostanziale approccio dilettantistico, i suoi dipinti vengono comunque apprezzati dagli estimatori e gli vengono dedicate alcune esposizioni.
E' invece il 1971 quando comincia ad avvertire i sintomi della malattia (un tumore al pancreas, esattamente come il padre) che lo porterà alla morte.
In ottobre espone alla Galleria Castello di Trento, in novembre alla Galleria Lo Spazio di Roma. Viene presentato il volume "Buzzati, pittore", che contiene giudizi di critici, scrittori e giornalisti e Garzanti pubblica "I miracoli di Val Morel", mentre Mondadori l'ultima raccolta di racconti ed elzeviri.
Una serie di incontri con Yves Panafieu durante l'estate e le registrazioni di quei colloqui sono alla base del libro-intervista "Dino Buzzati: un autoritratto", che sarà pubblicato nel 1973 da Mondadori.
L'8 dicembre Buzzati entra in clinica e si spegne il 28 Gennaio del 1972.
CONTINUIAMO IL NOSTRO VIAGGIO TRA I LETTERATI ITALIANI, CONOSCENDO IL COSIDDETTO KAFKA ITALIANO.
Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno. Sin dalla giovinezza si manifestano in lui gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali resterà fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte e non bisogna dimenticare che in futuro scriverà anche alcuni libretti d'Opera), il disegno, e la montagna, vera compagna dell'infanzia, a cui è anche dedicato il suo primo romanzo, "Barnabo delle montagne".
A soli quattordici anni rimane orfano dell'amato padre, il quale si spegne a causa di un tumore al pancreas. L'evento sconvolge così tanto il piccolo Buzzati che per molto tempo vivrà nell'ossessione di essere colpito dallo stesso male. Svolti i regolari studi, nei quali si dimostra bravo e diligente, ma nulla più, si reca nella caserma della sua città per svolgere il servizio militare: sei mesi di scuola allievo ufficiale, tre mesi da sottufficiale (sergente) e quattro mesi da sottotenente.
Scrittore in erba, fin dalla giovinezza tiene un diario dove si abitua ad annotare opinioni e avvenimenti. Dentro di lui, infatti, prende sempre più corpo il desiderio e il sogno di dedicarsi professionalmente a qualunque mestiere che prevedesse la scrittura. E' assai attirato ad esempio dal giornalismo ed ecco che, nel Luglio del 1928, ancor prima di concludere gli studi in legge, entra come praticante al "Corriere della Sera". Dopo la laurea, invece, inizia la collaborazione al settimanale "Il popolo di Lombardia" mentre poco dopo esce il già citato "Barnabo delle montagne", che ottiene un buon successo. La stessa sorte, purtroppo, non accade alla sua seconda prova narrativa, "Il segreto del Bosco Vecchio", accolto con sostanziale indifferenza.
Nel gennaio del 1939 consegna il manoscritto del suo capolavoro, del suo libro più amato e conosciuto, quel "Il deserto dei Tartari" che diverrà un emblema della letteratura del Novecento. Il romanzo è la storia di un giovane militare, Giovanni Drogo, che inizia la propria carriera nella fortezza Bastiani, che sorge isolata ai confini di un immaginario regno e in un'epoca non precisata. Se inizialmente, per Drogo, quella fortezza è un luogo chiuso, inospitale e che non gli offre alcun futuro, col passare del tempo vi si abitua , fino a non volerla (e non poterla) più lasciare, sia a causa della perdita di contatti col resto del mondo, sia per la continua speranza che un giorno i Tartari, dal deserto, attacchino la fortezza. E' chiaro dunque che in tale romanzo è fondamentale l'allegoria che vi è sviluppata, sebbene non siano mai abbandonate la verosimiglianza delle situazioni e l'attenta descrizione di personaggi che diventano quasi dei tipi.
La vita di Drogo simboleggia la vita umana, che è incalzata dal passare del tempo e dalla solitudine, in un mondo, rappresentato dalla fortezza, fatto di leggi assurde e speranze inutili. Altro punto messo in rilievo da Buzzati è come gli uomini continuino ad ingannarsi: Drogo si ripete in continuazione che "l'importante è ancora da cominciare", e continua ad alimentare le sue speranze sebbene nulla le suffraghi. Buzzati sembra dirci, con questo romanzo, che per l'uomo è meglio desiderare poco, che si sappia accontentare, poichè il mondo, il gioco della vita, concedono poco e sono pronti a disilludere le più spericolate o nobili ambizioni.
Il primo lettore che riceve il manoscritto è l'amico Arturo Brambilla che, dopo un'entusiastica lettura, lo passa a Leo Longanesi, il quale stava preparando una nuova collezione per Rizzoli denominata il "Sofà delle Muse". Su segnalazione di Indro Montanelli, questi ne accetta la pubblicazione; tuttavia, in una lettera, Longanesi prega l'autore di cambiare il titolo originario "La fortezza", per evitare ogni allusione alla guerra ormai imminente. In seguito, Buzzati si imbarca a Napoli sulla nave Colombo e parte per Addis Abeba, come cronista e fotoreporter, inviato speciale del "Corriere della Sera". E' il 1939 e la seconda guerra mondiale è alle porte. L'anno successivo, infatti, parte dallo stesso porto come corrispondente di guerra sull'incrociatore Fiume. Partecipa così seppure come testimone, alle battaglie di Capo Teulada e di Capo Matapan ed alla seconda battaglia della Sirte, inviando i suoi articoli al giornale. Sarà sua anche la "Cronaca di ore memorabili" apparsa sulla prima pagina del "Corriere della Sera" il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione.
Nel 1949 esce il volume di racconti "Paura alla Scala" e nel giugno dello stesso anno è inviato dal "Corriere della Sera" al seguito del Giro d'Italia. Nel 1950 l'editore Neri Pozza di Vicenza stampa la prima edizione degli 88 pezzi di "In quel preciso momento", una raccolta di note, appunti, racconti brevi e divagazioni mentre, quattro anni dopo, esce il volume di racconti "Il crollo della Baliverna", col quale vincerà, ex aequo con Cardarelli, il Premio Napoli.
Nel gennaio 1957 sostituisce temporaneamente Leonardo Borgese come critico d'arte del "Corriere". Lavora anche per la "Domenica del Corriere", occupandosi soprattutto dei titoli e delle didascalie. Compone alcune poesie, che entreranno a far parte del poemetto "Il capitano Pic". Nel 1958 escono "Le storie dipinte", presentate in occasione della personale di pittura dello scrittore inaugurata il 21 novembre alla Galleria Re Magi di Milano.
L'8 giugno del 1961 muore la madre e due anni dopo egli scriverà la cronaca interiore di quel funerale nell'elzeviro "I due autisti". Seguono anni di viaggi come inviato del giornale. L'8 dicembre 1966 sposa Almerina Antoniazzi, la donna che, seppure alla lontana e in un'ottica romanzata, gli aveva ispirato il tormentato "Un amore".
Nel 1970 gli viene assegnato il premio giornalistico "Mario Massai" per gli articoli pubblicati sul "Corriere della Sera" nell'estate 1969 a commento della discesa dell'uomo sulla Luna. Il 27 febbraio 1971 viene rappresentata a Trieste l'opera in un atto e tre quarti del maestro Mario Buganelli dal titolo "Fontana", tratta dal racconto "Non aspettavamo altro".
L'editore Garzanti pubblica, con l'aggiunta di didascalie, gli ex-voto dipinti da Buzzati "I miracoli di Val Morel" mentre, presso Mondadori esce il volume di racconti ed elzeviri "Le notti difficili".
Intanto, prosegue in maniera intensa anche la sua attività di pittore ed illustratore, passione sempre sotterranea che non aveva mai abbandonato. Malgrado il suo sostanziale approccio dilettantistico, i suoi dipinti vengono comunque apprezzati dagli estimatori e gli vengono dedicate alcune esposizioni.
E' invece il 1971 quando comincia ad avvertire i sintomi della malattia (un tumore al pancreas, esattamente come il padre) che lo porterà alla morte.
In ottobre espone alla Galleria Castello di Trento, in novembre alla Galleria Lo Spazio di Roma. Viene presentato il volume "Buzzati, pittore", che contiene giudizi di critici, scrittori e giornalisti e Garzanti pubblica "I miracoli di Val Morel", mentre Mondadori l'ultima raccolta di racconti ed elzeviri.
Una serie di incontri con Yves Panafieu durante l'estate e le registrazioni di quei colloqui sono alla base del libro-intervista "Dino Buzzati: un autoritratto", che sarà pubblicato nel 1973 da Mondadori.
L'8 dicembre Buzzati entra in clinica e si spegne il 28 Gennaio del 1972.
lunedì 27 agosto 2012
OLIMPIADI DI SCACCHI
Inizia oggi a Istanbul, e terminerà il 9 settembre, l'attesissima Olimpiade 2012 di scacchi. Qui il sito ufficiale della manifestazione:
http://www.chessolympiadistanbul.com/
Chi mi conosce sa bene della mia passione per questo sport che è appunto da considerarsi anche arte e gioco ai massimi livelli.
STORIA
La prima Olimpiade degli scacchi venne organizzata nel 1924 a Parigi durante i Giochi olimpici, ma non è considerata un'edizione ufficiale perché non organizzata dalla FIDE. Sebbene non fosse ufficialmente nelle Olimpiadi e non assegnasse medaglie, il CIO impose la partecipazione dei soli dilettanti.
In occasione del congresso della FIDE, due anni più tardi venne organizzato a Budapest un evento a squadre che comunque coinvolgeva solo 19 paesi. Solo nel 1927 vennero organizzate a Londra le prime Olimpiadi scacchistiche ufficiali.
Nel 1928 vennero organizzate a L'Aia durante i Giochi Olimpici di Amsterdam. Anche qui originariamente dovevano giocare solamente i dilettanti. Il congresso FIDE in corso in quei giorni eliminò questo divieto, così oltre al torneo a squadre si svolse anche il Campionato mondiale individuale per dilettanti. È quindi da ritenersi errata la convinzione che gli scacchi non siano mai stati disciplina olimpica.
Nel 1936 a Monaco di Baviera si tenne un'edizione non ufficiale delle Olimpiadi degli scacchi durante i Giochi Olimpici di Berlino.
Prima della seconda guerra mondiale l'evento è stato occasionalmente disputato ogni anno; dal 1950 si tengono regolarmente ogni due anni.
Nel 1957 venne organizzata la prima Olimpiade femminile che dal 1972 è abbinata alla competizione maschile con la medesima cadenza biennale.
Nel 2006 le Olimpiadi di scacchi si sono svolte a Torino, la mia città natale.
L’Italia quest’anno, sarà rappresentata dal suo giocatore più importante: Fabiano Caruana (nato il 30 luglio 1992, il papà è italiano...), miglior scacchista italiano di tutti i tempi; anche se è nato e cresciuto a Miami, Fabiano ha deciso di difendere i colori italiani pur non avendo mai abitato in Italia (oggi vive in Svizzera, dopo aver trascorso qualche anno in Ungheria). Attualmente numero 8 al mondo con 2772 di punteggio ELO.
Caruana: "the fighter"
Caruana incontrerà giocatori del calibro di Kramnik, Aronian, Topalov e soprattutto Ivanchuk, già vincitore di ben 4 Olimpiadi.
L'ex campione del mondo: il russo Kramnik a Torino 2006
Buone Olimpiadi a tutti e vinca il migliore...
LA MODA ITALIANA
OLTRE ALLA CUCINA, IL VINO, I PITTORI, I MUSICISTI, GLI SCRITTORI I SANTI E I NAVIGATORI, L'ITALIA E' CONOSCIUTA NEL MONDO, ANCHE PER LA MODA.
FAMOSI STILISTI COME ARMANI, VALENTINO, MOSCHINO, VERSACE, GUCCI, DOLCE & GABBANA E TANTI ALTRI, HANNO LEGATO I LORO MARCHI AL SUCCESSO INTERNAZIONALE. LA MODA FA PARTE INTEGRANTE, QUINDI, DELLA CULTURA ITALIANA
VEDIAMO COME E' NATA...
FAMOSI STILISTI COME ARMANI, VALENTINO, MOSCHINO, VERSACE, GUCCI, DOLCE & GABBANA E TANTI ALTRI, HANNO LEGATO I LORO MARCHI AL SUCCESSO INTERNAZIONALE. LA MODA FA PARTE INTEGRANTE, QUINDI, DELLA CULTURA ITALIANA
VEDIAMO COME E' NATA...
Tutto ha inizio nel 1949 quando, tornata finalmente la libertà, in
Italia riaprono tutti i negozi e gli italiani, sentendo l’esigenza di cambiare
per poter dimenticare, cercano di farlo a partire dall’abbigliamento. Il 27
gennaio nella basilica di Santa Francesca a Roma, avviene quello che i più
ritenevano il matrimonio del secolo, quello tra Linda Christian e Tyrone Power.
Quel giorno la moda italiana conquistò il mondo: il vestito della sposa era
stato realizzato dalla boutique delle sorelle Fontana. Le numerose tv e i
giornali esteri che parteciparono fecero notevole pubblicità all'evento mondano
e allo stile italiano.
Fu l’inizio di un grande amore che continua tutt’ora: la moda italiana e
il mondo.
La ricostruzione postbellica del nostro paese fu permessa soprattutto grazie al piano Marshall varato nel 1947 e agli aiuti finanziari americani diretti alle industrie per un totale di 125 milioni di dollari. Per quanto riguarda il tessile furono inviate all’Italia 34.000 tonnellate di cotone grezzo, ma per consentire la completa apertura delle fabbriche, il governo fu costretto a importarne altre 50.000, mentre i privati ne comprarono altre 170.000.
L’Italia comunque si trovava a dover competere con veri colossi fuori dai suoi confini, inizia quindi a importare conoscenze e macchinari, e sull’onda della rinascita economica dà vita a grandi imprese. Secondo la stilista Micol Fontana furono proprio le donne a dare un forte impulso alla rinascita dopo la guerra, in quanto erano fortemente determinate a far rivivere il settore tessile, che proprio in quegli anni venne inglobato da quello della moda.
Erano gli anni in cui gli americani presero possesso di Cinecittà. Il cinema da quel momento portò molto lavoro alle sarte, in particolar modo alle sorelle Fontana che lavoravano soprattutto per l’aristocrazia romana, ma anche ai nuovi stilisti nascenti quali: Emilio Federico Schubert, Valentino, Roberto Cappucci, Iole Veneziani, Biki, Germana Marucelli. Molti sarti poi venivano dalle campagne o da altre città verso Roma e Milano, dove nacquero le sartorie di Fonticoli, Fonda, Brioni, Litrico, Tritapepe, Cavaliere.
Le botteghe coincidevano spesso con la casa. Il primo atelier Fontana era in via Emilia, una traversa di via Veneto, era lì che ricevevano i registi e gli attori famosi. Nonostante i passi avanti della moderna industria tessile, la maggior parte degli italiani continuava però a farsi fare i vestiti in sartoria. I meno ricchi poi indossano vestiti fatti in casa: quasi in ogni abitazione, infatti, c’era una macchina per cucine e qualcuno che la sapesse usare. L’abbigliamento era un bene che passava di mano in mano: riadattato e rimodellato per essere indossato nuovamente. Non si può parlare quindi ancora di un’industrializzazione massiccia. Però l’Italia scopre il fascino dell’alta moda e il boom degli anni ’50 le permette di andare in competizione con paesi come la Francia, da sempre il leader del settore.
Il primo défilé collettivo al quale si fa risalire la nascita della moda italiana è avvenuto a Firenze: il marchese Giovanni Battista Giorgini, il 12 febbraio 1951 organizzò nella sua casa fiorentina in via dei Serragli, il "First Italian High Fashion Show". Alla base di questo evento ci fu una grande intuizione: riuscì a convincere i presidenti dei magazzini americani a venire a Firenze il giorno dopo le sfilate di Parigi. Mise insieme dieci stilisti con diciotto modelli a testa, tra i partecipanti ci furono le sorelle Fontana, Emilio Schubert, la casa di moda Fabiani, Noverasco, Veneziani, e anche Germana Marucelli, anticipatrice del new look di Christian Dior.
Anche per Giorgini fu un momento estremamente emozionante: “ero in un angolo della sala col cuore in gola per questi compratori, questi esperti di moda che venivano da Parigi, avevano appena visto tutte le collezioni di Parigi e non potevo vedere dalle loro espressioni se questa collezione piaceva o non piaceva. Terminata la sfilata mi avvicinai per sapere la loro reazione: entusiasti. Questo gruppo di cinque compratori tornarono in america con tale entusiasmo che quando feci la seconda sfilata vennero dall’america in 300!”
Fu un successo formidabile quindi e in seguito, per le sfilate successive, il comune di Firenze, con un’idea illuminata, permise l’utilizzo di Palazzo Strozzi prima e Palazzo Pitti poi, dove nacque la famosa sala bianca. Le sfilate erano ben congegnate, emozionanti: la passerella era sempre la stessa, era lo stile del sarto a cambiare.
Il grande boom
Il fenomeno commerciale della moda non esisteva prima delle sfilate di Giorgini, le case di alta moda, infatti, vendevano solo ai privati. L’esempio più importante di impresa che si costituisce negli anni successivi alla seconda guerra mondiale è rappresentato dal gruppo GFT (Gruppo Finanziario tessile). Nato prima della guerra, negli anni ‘50 subiva uno scontro interno tra la vecchia generazione e la nuova che vedeva nel prodotto confezionato grandi possibilità di crescita. Furono i giovani ad avere la meglio e grazie a Giorgio Rivetti presero una serie di iniziative per unificare il mercato italiano della distribuzione e produzione del prodotto confezionato. I prodotti venivano distribuiti nei Magazzini Marus (magazzini, ragazzi, uomini e signore) e, compiendo la più grande operazione di rilevazione antropologica della popolazione italiana dopo quella dell’esercito, la GFT creò il sistema delle taglie. Fu un passo straordinario che venne accompagnato dalla politica del prezzo imposto. Il gruppo torinese Gft (Gruppo Finanziario Tessile), controllato dalla holding Hdp, chiuderà in via definitiva nel febbraio 2003, cedendo i marchi Facis, Valentino e Sahzà.
Intanto dal ’58 al ’63 il grande boom fece aumentare i consumi del 5%. Solo nel 1958 vennero prodotti 300.000 televisori, 369.000 automobili, 700.000 radio, e ci fu un aumento del 10% degli elettrodomestici sul mercato. L’esportazione passò da un passivo di 187 miliardi, a un attivo di 124,3 miliardi. Il miracolo economico però nascondeva anche delle ombre: in quegli anni il fenomeno dell’emigrazione dalle campagne alle città e dal sud al nord era altissimo, gli immigrati nel solo settentrione furono 300.000.
Quindi proprio mentre cresceva l’industri tessile, la domanda si spostava verso altri mercati, ma questo non proibì a molti stilisti di creare l’alta moda pronta, ovvero il prodotto di alta moda confezionato ad hoc per essere fruibile non solo da un’elite. Il primo a intraprendere questa strada fu lo stilista francese Pierre Cardin, ma ben presto molti atelier seguirono questa idea innovativa. Nasce così il prêt-à-porter italiano. Le boutique più importanti iniziarono a vendere non più abiti su misura ma confezionati in taglie, adattabili quindi a tutti i clienti e a costi più bassi. La qualità dei vestiti era comunque molto alta, grazie anche ai materiali usati: venivano utilizzate infatti stoffe pregiate, seconde solamente a quelle inglesi.
È in questo periodo, in questo meccanismo commerciale, che si sviluppa il nuovo settore pubblicitario che porta alla nascita dell’editoria specializzata in moda.
Gli anni ’60 e ’70, si afferma il Made in Italy
La modella Mirella Pettini ricorda questi anni come anni meravigliosi, in cui il rapporto con gli stilisti emergenti come Valentino e Armani erano molto validi perché si era ancora in pochi e gli stilisti si occupavano direttamente anche della pubblicità. Le modelle erano diverse da quelle di oggi, si truccavano e pettinavano da sole, inoltre non c’erano competizione tra di loro in quanto tutte cercavano di mantenere la propria personalità, di avere il proprio stile. Il gruppo moda, in qualche modo, era un gruppo di amici.
Alla fine degli anni ‘60 la contestazione politica coinvolse anche il mondo della moda. La rottura col passato divenne evidente, soprattutto tra i giovani. Nacquero movimenti come gli yuppie che rivoluzionarono completamente il modo di essere e di apparire. La stilista londinese Mary Quant ha individuato nella minigonna il simbolo della moda di quegli anni. La minigonna infatti voleva dire giovinezza, libertà, movimento. Improvvisamente le donne ebbero infatti la gioia di godere del loro vestito, senza dargli troppa importanza.
Il ’68 investe anche l’Italia e negli anni ’70 gli operai iniziarono una serie di scioperi e di occupazioni delle fabbriche. La stilista Micol Fontana non ricorda affatto bene quegli anni in cui a causa di scioperi proprio nei giorni precedenti alle sfilate spesso non fecero in tempo a spedire le collezioni e furono costrette quindi a chiudere la loro fabbrica ai Castelli.
Nonostante l’ammodernamento i modelli di produzione tessile entrarono però in crisi e ci furono profonde modifiche a livello mondiale nell’organizzazione della produzione. Molti paesi superarono questa crisi decentrando la produzione: gli Usa nelle aree satellite del Centro America, la Francia nell’Africa del nord, la Germania nell’Est europeo. Ma l’Italia non aveva aree satellite e così fu costretta a ripiegare proprio nella struttura interna industriale la quale da quel momento presentò una specifica peculiarità: uno dei pilastri portanti era rappresentato dal sistema diffusissimo delle piccole e medie imprese.
Fu una soluzione straordinaria, in quanto portò innovazione nella produzione grazie alla flessibilità, ovvero alla capacità di cambiare rapidamente il genere produttivo. Artefice di questa idea fu Marco Olivetti il quale rivitalizzò l’industria tessile grazie al rapporto instaurato con gli stilisti e in particolare con Giorgio Armani. Allenza tra stilismo e industria e quindi tra creatività e imprenditoria, segna così la nascita del Made in Italy. È proprio grazie all’incontro e alla collaborazione tra questi due mondi così diversi che, negli ultimi 20 anni del 900, si è affermata la moda italiana nel mondo.
L’impero delle grandi firme italiane
Negli anni ‘70 il rapporto tra stilismo e industria assunse connotati particolari, si istaurarono i primi licencing, ovvero i primi rapporti di licenza del marchio. Questi prevedevano l’esclusione dell’impresa dalle scelte stilistiche del marchio e, di contro, l’esclusione dello stilista dalle scelte produttive dello stilista. Così da prime donne autonome e inavvicinabili gli stilisti si trovano a fondere, in modo ancora più netto, la loro arte con il sistema della produzione industriale.
Il 24 luglio 1975 nasce la Giorgio Armani spa, viene lanciata una linea di "prêt-à-porter" maschile e femminile, nascono undici nuovi punti vendita e lo stilista firma il suo primo contratto con la GFT. Nel 1981 fa un nuovo balzo in avanti: presenta il suo primo profumo, apre negozi in tutto il mondo e il suo nome diventa ufficialmente la firma di un grande marchio mondiale.
Tra i grandi nomi italiani nel mondo si fa strada anche quello di Valentino Clemente Ludovico Caravani, in arte Valentino. Dopo aver lavorato per anni nella sartoria di Guy la Roche, capì che la sua strada era la moda e così, con l’aiuto finanziario del padre, aprì un atelier in via Condotti, la via più “in” di Roma in quegli anni. Il 19 luglio del 1962 il marchese Giorgini gli concede l’ultima ora dell’ultimo giorno alla sfilata di Palazzo Pitti: i suoi vestiti riscuotono un successo strepitoso tra i buyer americani e Vogue Francia dedica, per la prima volta, ben due pagine al nuovo stilista italiano. È nata una stella: all’inizio degli anni ‘70 è famoso in tutto il mondo, Andy Warhol gli fa un ritratto, e alla fine di quel decennio anche lui allarga il suo nome e stile ad altri prodotti come profumi e accessori. A metà degli ‘80 viene insignito dal presidente Pertini dell’”onorificenza di grande ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana”. Nonostante il suo nome sia legato ai prodotti più disparati, tra cui le piastrelle d’arredamento, Valentino non si è mai sentito mercificato perché per lui la creazione risiede in tutto.
Laura Biagiotti ricorda che a Milano con Albini, Missoni, Krizia (che ha inventato l’italian style) e successivamente Armani e Ferrè avevano creato un gruppo, una forza (anche grazie a Beppe Modenese), per presentare sulle passerelle un prodotto che fosse più aderente alla realtà. Sarà proprio lei la prima ad affrontare nuovi mercati e ad andare in Cina nell’88, e poi, dopo la caduta del muro, a Mosca nel grande teatro del Cremlino. Nascono così molte joint venture e collezioni di seconda linea più commerciali. Sarà Luciano Soprani a diventare in quegli anni il più grande stilista industriale italiano.
Quando gli stilisti decisero di estendere il proprio marchio agli accessori, venne consacrato l’impero della moda italiana nel mondo. Questo fenomeno, infatti, inizialmente era un fenomeno prettamente italiano, solo successivamente venne copiato anche all’estero. Fu una grande boccata di ossigeno per la moda perché le signore e i signori capirono che il complemento era fondamentale per rendere bello un abito, per creare un look speciale. Il mercato si allargò ulteriormente, divenne globale.
Secondo Micol Fontana, ormai la moda poteva vendere anche le noccioline, proprio perché tutto faceva moda. E La moda lanciava tutto.
Oggi
La moda italiana al momento è uno dei settori dell’export più in salute, dopo la crisi internazionale post 2001, chiuderà i bilanci 2006 con il 3% in più. I tassi di crescita maggiori sono stati riscontrati in Cina e in Russia. Il Made in Italy viene da molto lontano: è il frutto di una lunga e fertile cooperazione e “cross fertilisation” tra cultura, arte, artigianato, abilità manifatturiera, territorio e memorie storiche. È grazie a ciò che negli anni l’industria della moda italiana ha costruito la più importante filiera d’occidente, e per quanto i Cinesi cercheranno di copiarla facendo una spietata concorrenza, non riusciranno a raggiungere i suoi stessi obiettivi.
L’Italia infatti ha un sistema integrato, un distretto della moda, fortissimo, proprio perché ha radici lontane. Nella sua storia annovera indubbiamente tantissimi talenti individuali, ma questo successo è dato soprattutto dalla flessibilità di poter creare i propri tessuti, le proprie stampe, di poter avere degli accessori in linea con lo stile della collezione, e questo proprio grazie al fatto che dal filato alla tessitura, dalla tintura al taglio, alla confezione, e a tutto il mondo degli accessori, il prodotto è tutto Made in Italy.
Quindi, sebbene il modello italiano ormai sia diventato riproducibile ed è chiaro che l’industria della moda non può vivere solo del vantaggio competitivo, è anche vero che il nostro sistema ha in seno qualcosa di inimitabile, unico e raro: quelle che gli storici chiamano “le risorse intangibili”, cioè quell’insieme di conoscenze, competenze, rapporti che le imprese hanno sviluppato e creato nel tempo, quel connubio tra creatività e tecnologia che i mercati non posseggono e che quindi costituiscono il vero patrimonio dell’impresa.
La ricostruzione postbellica del nostro paese fu permessa soprattutto grazie al piano Marshall varato nel 1947 e agli aiuti finanziari americani diretti alle industrie per un totale di 125 milioni di dollari. Per quanto riguarda il tessile furono inviate all’Italia 34.000 tonnellate di cotone grezzo, ma per consentire la completa apertura delle fabbriche, il governo fu costretto a importarne altre 50.000, mentre i privati ne comprarono altre 170.000.
L’Italia comunque si trovava a dover competere con veri colossi fuori dai suoi confini, inizia quindi a importare conoscenze e macchinari, e sull’onda della rinascita economica dà vita a grandi imprese. Secondo la stilista Micol Fontana furono proprio le donne a dare un forte impulso alla rinascita dopo la guerra, in quanto erano fortemente determinate a far rivivere il settore tessile, che proprio in quegli anni venne inglobato da quello della moda.
Erano gli anni in cui gli americani presero possesso di Cinecittà. Il cinema da quel momento portò molto lavoro alle sarte, in particolar modo alle sorelle Fontana che lavoravano soprattutto per l’aristocrazia romana, ma anche ai nuovi stilisti nascenti quali: Emilio Federico Schubert, Valentino, Roberto Cappucci, Iole Veneziani, Biki, Germana Marucelli. Molti sarti poi venivano dalle campagne o da altre città verso Roma e Milano, dove nacquero le sartorie di Fonticoli, Fonda, Brioni, Litrico, Tritapepe, Cavaliere.
Le botteghe coincidevano spesso con la casa. Il primo atelier Fontana era in via Emilia, una traversa di via Veneto, era lì che ricevevano i registi e gli attori famosi. Nonostante i passi avanti della moderna industria tessile, la maggior parte degli italiani continuava però a farsi fare i vestiti in sartoria. I meno ricchi poi indossano vestiti fatti in casa: quasi in ogni abitazione, infatti, c’era una macchina per cucine e qualcuno che la sapesse usare. L’abbigliamento era un bene che passava di mano in mano: riadattato e rimodellato per essere indossato nuovamente. Non si può parlare quindi ancora di un’industrializzazione massiccia. Però l’Italia scopre il fascino dell’alta moda e il boom degli anni ’50 le permette di andare in competizione con paesi come la Francia, da sempre il leader del settore.
Il primo défilé collettivo al quale si fa risalire la nascita della moda italiana è avvenuto a Firenze: il marchese Giovanni Battista Giorgini, il 12 febbraio 1951 organizzò nella sua casa fiorentina in via dei Serragli, il "First Italian High Fashion Show". Alla base di questo evento ci fu una grande intuizione: riuscì a convincere i presidenti dei magazzini americani a venire a Firenze il giorno dopo le sfilate di Parigi. Mise insieme dieci stilisti con diciotto modelli a testa, tra i partecipanti ci furono le sorelle Fontana, Emilio Schubert, la casa di moda Fabiani, Noverasco, Veneziani, e anche Germana Marucelli, anticipatrice del new look di Christian Dior.
Anche per Giorgini fu un momento estremamente emozionante: “ero in un angolo della sala col cuore in gola per questi compratori, questi esperti di moda che venivano da Parigi, avevano appena visto tutte le collezioni di Parigi e non potevo vedere dalle loro espressioni se questa collezione piaceva o non piaceva. Terminata la sfilata mi avvicinai per sapere la loro reazione: entusiasti. Questo gruppo di cinque compratori tornarono in america con tale entusiasmo che quando feci la seconda sfilata vennero dall’america in 300!”
Fu un successo formidabile quindi e in seguito, per le sfilate successive, il comune di Firenze, con un’idea illuminata, permise l’utilizzo di Palazzo Strozzi prima e Palazzo Pitti poi, dove nacque la famosa sala bianca. Le sfilate erano ben congegnate, emozionanti: la passerella era sempre la stessa, era lo stile del sarto a cambiare.
Il grande boom
Il fenomeno commerciale della moda non esisteva prima delle sfilate di Giorgini, le case di alta moda, infatti, vendevano solo ai privati. L’esempio più importante di impresa che si costituisce negli anni successivi alla seconda guerra mondiale è rappresentato dal gruppo GFT (Gruppo Finanziario tessile). Nato prima della guerra, negli anni ‘50 subiva uno scontro interno tra la vecchia generazione e la nuova che vedeva nel prodotto confezionato grandi possibilità di crescita. Furono i giovani ad avere la meglio e grazie a Giorgio Rivetti presero una serie di iniziative per unificare il mercato italiano della distribuzione e produzione del prodotto confezionato. I prodotti venivano distribuiti nei Magazzini Marus (magazzini, ragazzi, uomini e signore) e, compiendo la più grande operazione di rilevazione antropologica della popolazione italiana dopo quella dell’esercito, la GFT creò il sistema delle taglie. Fu un passo straordinario che venne accompagnato dalla politica del prezzo imposto. Il gruppo torinese Gft (Gruppo Finanziario Tessile), controllato dalla holding Hdp, chiuderà in via definitiva nel febbraio 2003, cedendo i marchi Facis, Valentino e Sahzà.
Intanto dal ’58 al ’63 il grande boom fece aumentare i consumi del 5%. Solo nel 1958 vennero prodotti 300.000 televisori, 369.000 automobili, 700.000 radio, e ci fu un aumento del 10% degli elettrodomestici sul mercato. L’esportazione passò da un passivo di 187 miliardi, a un attivo di 124,3 miliardi. Il miracolo economico però nascondeva anche delle ombre: in quegli anni il fenomeno dell’emigrazione dalle campagne alle città e dal sud al nord era altissimo, gli immigrati nel solo settentrione furono 300.000.
Quindi proprio mentre cresceva l’industri tessile, la domanda si spostava verso altri mercati, ma questo non proibì a molti stilisti di creare l’alta moda pronta, ovvero il prodotto di alta moda confezionato ad hoc per essere fruibile non solo da un’elite. Il primo a intraprendere questa strada fu lo stilista francese Pierre Cardin, ma ben presto molti atelier seguirono questa idea innovativa. Nasce così il prêt-à-porter italiano. Le boutique più importanti iniziarono a vendere non più abiti su misura ma confezionati in taglie, adattabili quindi a tutti i clienti e a costi più bassi. La qualità dei vestiti era comunque molto alta, grazie anche ai materiali usati: venivano utilizzate infatti stoffe pregiate, seconde solamente a quelle inglesi.
È in questo periodo, in questo meccanismo commerciale, che si sviluppa il nuovo settore pubblicitario che porta alla nascita dell’editoria specializzata in moda.
Gli anni ’60 e ’70, si afferma il Made in Italy
La modella Mirella Pettini ricorda questi anni come anni meravigliosi, in cui il rapporto con gli stilisti emergenti come Valentino e Armani erano molto validi perché si era ancora in pochi e gli stilisti si occupavano direttamente anche della pubblicità. Le modelle erano diverse da quelle di oggi, si truccavano e pettinavano da sole, inoltre non c’erano competizione tra di loro in quanto tutte cercavano di mantenere la propria personalità, di avere il proprio stile. Il gruppo moda, in qualche modo, era un gruppo di amici.
Alla fine degli anni ‘60 la contestazione politica coinvolse anche il mondo della moda. La rottura col passato divenne evidente, soprattutto tra i giovani. Nacquero movimenti come gli yuppie che rivoluzionarono completamente il modo di essere e di apparire. La stilista londinese Mary Quant ha individuato nella minigonna il simbolo della moda di quegli anni. La minigonna infatti voleva dire giovinezza, libertà, movimento. Improvvisamente le donne ebbero infatti la gioia di godere del loro vestito, senza dargli troppa importanza.
Il ’68 investe anche l’Italia e negli anni ’70 gli operai iniziarono una serie di scioperi e di occupazioni delle fabbriche. La stilista Micol Fontana non ricorda affatto bene quegli anni in cui a causa di scioperi proprio nei giorni precedenti alle sfilate spesso non fecero in tempo a spedire le collezioni e furono costrette quindi a chiudere la loro fabbrica ai Castelli.
Nonostante l’ammodernamento i modelli di produzione tessile entrarono però in crisi e ci furono profonde modifiche a livello mondiale nell’organizzazione della produzione. Molti paesi superarono questa crisi decentrando la produzione: gli Usa nelle aree satellite del Centro America, la Francia nell’Africa del nord, la Germania nell’Est europeo. Ma l’Italia non aveva aree satellite e così fu costretta a ripiegare proprio nella struttura interna industriale la quale da quel momento presentò una specifica peculiarità: uno dei pilastri portanti era rappresentato dal sistema diffusissimo delle piccole e medie imprese.
Fu una soluzione straordinaria, in quanto portò innovazione nella produzione grazie alla flessibilità, ovvero alla capacità di cambiare rapidamente il genere produttivo. Artefice di questa idea fu Marco Olivetti il quale rivitalizzò l’industria tessile grazie al rapporto instaurato con gli stilisti e in particolare con Giorgio Armani. Allenza tra stilismo e industria e quindi tra creatività e imprenditoria, segna così la nascita del Made in Italy. È proprio grazie all’incontro e alla collaborazione tra questi due mondi così diversi che, negli ultimi 20 anni del 900, si è affermata la moda italiana nel mondo.
L’impero delle grandi firme italiane
Negli anni ‘70 il rapporto tra stilismo e industria assunse connotati particolari, si istaurarono i primi licencing, ovvero i primi rapporti di licenza del marchio. Questi prevedevano l’esclusione dell’impresa dalle scelte stilistiche del marchio e, di contro, l’esclusione dello stilista dalle scelte produttive dello stilista. Così da prime donne autonome e inavvicinabili gli stilisti si trovano a fondere, in modo ancora più netto, la loro arte con il sistema della produzione industriale.
Il 24 luglio 1975 nasce la Giorgio Armani spa, viene lanciata una linea di "prêt-à-porter" maschile e femminile, nascono undici nuovi punti vendita e lo stilista firma il suo primo contratto con la GFT. Nel 1981 fa un nuovo balzo in avanti: presenta il suo primo profumo, apre negozi in tutto il mondo e il suo nome diventa ufficialmente la firma di un grande marchio mondiale.
Tra i grandi nomi italiani nel mondo si fa strada anche quello di Valentino Clemente Ludovico Caravani, in arte Valentino. Dopo aver lavorato per anni nella sartoria di Guy la Roche, capì che la sua strada era la moda e così, con l’aiuto finanziario del padre, aprì un atelier in via Condotti, la via più “in” di Roma in quegli anni. Il 19 luglio del 1962 il marchese Giorgini gli concede l’ultima ora dell’ultimo giorno alla sfilata di Palazzo Pitti: i suoi vestiti riscuotono un successo strepitoso tra i buyer americani e Vogue Francia dedica, per la prima volta, ben due pagine al nuovo stilista italiano. È nata una stella: all’inizio degli anni ‘70 è famoso in tutto il mondo, Andy Warhol gli fa un ritratto, e alla fine di quel decennio anche lui allarga il suo nome e stile ad altri prodotti come profumi e accessori. A metà degli ‘80 viene insignito dal presidente Pertini dell’”onorificenza di grande ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana”. Nonostante il suo nome sia legato ai prodotti più disparati, tra cui le piastrelle d’arredamento, Valentino non si è mai sentito mercificato perché per lui la creazione risiede in tutto.
Laura Biagiotti ricorda che a Milano con Albini, Missoni, Krizia (che ha inventato l’italian style) e successivamente Armani e Ferrè avevano creato un gruppo, una forza (anche grazie a Beppe Modenese), per presentare sulle passerelle un prodotto che fosse più aderente alla realtà. Sarà proprio lei la prima ad affrontare nuovi mercati e ad andare in Cina nell’88, e poi, dopo la caduta del muro, a Mosca nel grande teatro del Cremlino. Nascono così molte joint venture e collezioni di seconda linea più commerciali. Sarà Luciano Soprani a diventare in quegli anni il più grande stilista industriale italiano.
Quando gli stilisti decisero di estendere il proprio marchio agli accessori, venne consacrato l’impero della moda italiana nel mondo. Questo fenomeno, infatti, inizialmente era un fenomeno prettamente italiano, solo successivamente venne copiato anche all’estero. Fu una grande boccata di ossigeno per la moda perché le signore e i signori capirono che il complemento era fondamentale per rendere bello un abito, per creare un look speciale. Il mercato si allargò ulteriormente, divenne globale.
Secondo Micol Fontana, ormai la moda poteva vendere anche le noccioline, proprio perché tutto faceva moda. E La moda lanciava tutto.
Oggi
La moda italiana al momento è uno dei settori dell’export più in salute, dopo la crisi internazionale post 2001, chiuderà i bilanci 2006 con il 3% in più. I tassi di crescita maggiori sono stati riscontrati in Cina e in Russia. Il Made in Italy viene da molto lontano: è il frutto di una lunga e fertile cooperazione e “cross fertilisation” tra cultura, arte, artigianato, abilità manifatturiera, territorio e memorie storiche. È grazie a ciò che negli anni l’industria della moda italiana ha costruito la più importante filiera d’occidente, e per quanto i Cinesi cercheranno di copiarla facendo una spietata concorrenza, non riusciranno a raggiungere i suoi stessi obiettivi.
L’Italia infatti ha un sistema integrato, un distretto della moda, fortissimo, proprio perché ha radici lontane. Nella sua storia annovera indubbiamente tantissimi talenti individuali, ma questo successo è dato soprattutto dalla flessibilità di poter creare i propri tessuti, le proprie stampe, di poter avere degli accessori in linea con lo stile della collezione, e questo proprio grazie al fatto che dal filato alla tessitura, dalla tintura al taglio, alla confezione, e a tutto il mondo degli accessori, il prodotto è tutto Made in Italy.
Quindi, sebbene il modello italiano ormai sia diventato riproducibile ed è chiaro che l’industria della moda non può vivere solo del vantaggio competitivo, è anche vero che il nostro sistema ha in seno qualcosa di inimitabile, unico e raro: quelle che gli storici chiamano “le risorse intangibili”, cioè quell’insieme di conoscenze, competenze, rapporti che le imprese hanno sviluppato e creato nel tempo, quel connubio tra creatività e tecnologia che i mercati non posseggono e che quindi costituiscono il vero patrimonio dell’impresa.
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